Quando Monti ci ha espropriato le lire, dice un giudice

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Quando Monti ci ha espropriato le lire

Alla fine del 2011, cambiando improvvisamente le carte in tavola da un giorno all’altro, chi aveva ancora lire, moneta italiana in circolo fino a quel momento, si è trovato con carta straccia. Cosa era successo?

Il governo Monti ha dichiarato improvvisamente «fuori corso» le lire ancora in circolazione, ma così facendo avrebbe «espropriato» i cittadini possessori di lire per l’equivalente di un miliardo e mezzo di euro a favore del bilancio dello Stato.

Nel 2002 la legge n.289 aveva stabilito che fino al 28 febbraio 2012 chi ancora avesse posseduto lire avrebbe potuto ottenerne da Banca d’Italia la conversione in euro.
Il 6 dicembre 2011 il governo Monti, con l’articolo 26 del decreto legge n.121, in deroga alla legge del 2002, stabilisce che «le lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell’Erario con decorrenza immediata», e che «il relativo controvalore è versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato».
Punto.

Per il bilancio pubblico fu una boccata d’ossigeno perché in quel momento si stimava fossero in giro ancora lire pari a un miliardo e mezzo di euro. Ma mica tutti quelli che ci hanno rimesso se la sono messa via: nei prossimi mesi il valore delle lire potrebbe tornare in discussione se la Corte Costituzionale dovesse accogliere la questione che ieri è stata sollevata dal giudice Guido Vannicelli, della Sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale civile di Milano, in una causa che per il controvalore di 27.000 euro oppone 6 cittadini (patrocinati dall’avvocato Marcello Pistilli) alla Banca d’Italia tutelata dai legali Marco Mancini, Adriana Pavesi e Giovanni Lupi.

Quella norma introdotta da Monti, che ha chiuso i cambi oltre due mesi prima del termine sul quale la gente poteva contare in base alla legge del 2002, per il giudice Vannicelli ha violato gli articoli 3 e 97 della Costituzione, cioè il principio di affidamento e di certezza del diritto: «La norma così come formulata crea un vulnus al legittimo affidamento maturato in capo ai possessori di lire che, circa due mesi prima della scadenza decennale del termine prescrizionale fissato ad hoc dal legislatore, hanno visto frustrato il proprio diritto di credito nei confronti della Banca d’Italia».

Inoltre: «il privilegio di una categoria di creditori dello Stato rispetto ad un’altra non trova alcun tipo di giustificazione», anzi si trasforma in una «un’operazione che costituisce» anche «una vera e propria espropriazione di un bene, con conseguente violazione degli articoli 42 e 117 della Costituzione in relazione all’articolo 1 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Paolo Pradolin

[16/05/2014]

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