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La Corea del Nord ha effettuato il 12 ottobre 2026 una serie di lanci di missili balistici verso il Mar del Giappone, il quarto episodio di questo tipo nelle ultime settimane. Secondo lo Stato Maggiore congiunto sudcoreano, i proiettili sono stati sparati intorno alle 9:20 ora locale dall’area di Pyongyang.
Uno dei vettori ha percorso oltre 900 chilometri prima di inabissarsi in mare. Il ministero della Difesa giapponese ha rilevato almeno due proiettili e ha precisato che sono caduti al di fuori della zona economica esclusiva del Giappone, senza provocare danni.
In Corea del Sud l’ufficio della sicurezza nazionale ha convocato una riunione d’emergenza e ha condannato i lanci come una palese violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendone l’immediata interruzione.
Un portavoce dello Stato Maggiore sudcoreano ha definito l’iniziativa di Pyongyang come “una dimostrazione di forza in risposta al recente test di successo del nostro missile ipersonico”.
Il lancio nordcoreano arriva pochi giorni dopo il primo test pubblico di un’arma ipersonica condotto dalla Corea del Sud, supervisionato dal presidente Lee Jae Myung, finalizzato a rafforzare le capacità difensive convenzionali del Paese.
La tensione nella penisola era già aumentata nelle settimane precedenti per un incidente lungo il confine: l’esplosione di mine aveva ferito tre soldati sudcoreani. Seul e il Comando delle Nazioni Unite avevano attribuito la responsabilità a Pyongyang; il regime nordcoreano ha respinto le accuse definendole provocazioni.
Analisti citati dalla ricostruzione ritengono che la frequenza dei test missilistici nordcoreani risponda alla strategia del leader Kim Jong Un di massimizzare la propria leva negoziale in vista di un possibile confronto diplomatico con gli Stati Uniti guidati da Donald Trump.
Il regime di Pyongyang continua intanto a respingere le iniziative statunitensi per una ripresa del dialogo, bloccato dal 2019, richiedendo che Washington rinunci alle richieste di denuclearizzazione del Paese come condizione per riprendere i colloqui.
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