No caro Galliani, le leggi valgono per tutti, anche per i più forti… forse. Di Mattia Cagalli

ultimo aggiornamento: 12/10/2013 ore 16:34

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galliani incredulo

Il calcio italiano oramai da anni non conta più nulla a livello internazionale. Lo stiamo capendo grazie alle prestazioni delle nostre squadre nelle coppe europee. Anche la sfida con la più sperduta formazione dal nome impronunciabile è motivo di preoccupazione per il tifoso.
Eppure nonostante i grandi proclami sul potenziamento dei vivai dei vari presidenti, fino ad ora non si sono visti grandi sforzi.

Piuttosto di “allevare” un possibile campione italiano in casa, le varie società preferiscono pescare lo straniero da chissà dove. Se si vanno a leggere le rose delle squadre di serie A, B e C (pardon, Lega Pro), si noterà che l’atleta italiano è l’eccezione.


Quindi il tifoso ha solitamente come idolo il brasiliano, l’argentino o il nigeriano di turno. Nonostante questo però, il tifoso italiano è notoriamente razzista.
Almeno, questo è quello che pensano nelle sedi della Federazione Giuoco Calcio; la grande battaglia del momento è la sconfitta del “pericolosissimo” razzismo negli stadi.

Trovo alquanto ipocrita questa crociata in difesa di atleti stranieri, quando a giocare sono praticamente solo i non italiani. Siamo quindi sicuri che tutti questi famosi “Buhh”, siano sinonimo di razzismo?

O forse ha in fondo ragione Zeman quando sostiene che gli insulti a Balotelli non sono causati dal colore della sua pelle ma dalla sua antipatia e dagli atteggiamenti in campo e fuori? Personalmente opto per questa versione.


Le leggi comunque ci sono, ci sono in tutta Europa e vanno fatte rispettare. Ci hanno lasciato liberi di interpretarle e modificarle e noi prontamente lo abbiamo fatto, aggiungendo la “discriminazione territoriale”.

Ebbene si, siamo stati in grado di inventarci questa meravigliosa postilla che non è altro che una distinzione faziosa tra due termini perfettamente identici.
Qualcuno però ha notato questa differenza, nei cori dei tifosi del Milan e allora via, pronta la sanzione: chiusura totale dello stadio.

Pronta la reazione della dirigenza rossonera, in particolar modo nella figura di Galliani che ha minacciato ricorso in ogni sede possibile.
No caro Galliani, non puoi accorgerti di questa legge buffona solo perché ha toccato la tua squadra. Non puoi ritenere sbagliata una regola perché ti riguarda ora da vicino.

Le leggi in questo paese risultano sbagliate solo quando toccano i potenti, perché semplicemente di questo si tratta.

Quando il Sassuolo venne multato per presunti cori nei confronti di giocatori di colore del Milan durante il Trofeo Berlusconi (cori negati dalla stessa Digos), nessuno a parte la società interessata ha protestato.

Quando nella prima giornata di campionato il Milan è andato a Verona, tutta Italia si aspettava e in fondo augurava che la curva dell’Hellas venisse chiusa. Perché, diciamo la verità, tutti ci gongolavano (stampa compresa) in questa speranza.

Ora quindi, dato che la legge c’è, il Milan deve pagare. Perché le leggi valgono per i più potenti come per i più deboli.

Che la regola non sia altro che una comica, se ne sono accorti anche gli stessi napoletani che con la classica ironia si sono sfottuti da soli con striscioni.

Perché semplicemente di questo si tratta, di sfottò, una cosa che negli stadi c’è sempre stata e per fortuna qualcuno l’ha capito.

Loro lo sanno benissimo che quando i tifosi del nord si augurano che il Vesuvio faccia il suo dovere è solo un coro, come noi del nord sappiamo che quando ci informano che “Giulietta è una zoccola” lo fanno solamente con ironia.

Sia ben chiaro che la violenza, quella fisica è tutt’altra cosa ma non trasformiamo gli stadi in conventi di clausura, dove il silenzio deve regnare sovrano.
Il razzismo non si combatte negli stadi (anche perché vero razzismo non è), lo si sconfigge con l’educazione nelle famiglie e nelle scuole.

Non può essere l’ultrà il modello da seguire per le future generazioni.

Mattia Cagalli

[11/10/2013]

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