Benedetto XVI agli uomini del terzo millennio: cercate Dio in questa società  relativista

ultimo aggiornamento: 29/09/2011 ore 13:20

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Sono sette anni che papa Benedetto XVI nel suo magistero autorevole ci parla dell’assenza di Dio. Lo ha fatto recentemente anche durante il suo terzo viaggio in Germania. Assenza che significa l’ateismo, in tante sue espressioni, il secolarismo, cioè l’esclusione d’ogni riferimento religioso dalla vita vissuta dell’uomo e della società , la negazione intenzionale e praticamente radicale del nome stesso di Dio dalle manifestazioni della cultura e della concezione scientifica del mondo e dell’umana esistenza. Taluni rappresentanti dell’uomo moderno sono forse diventati nemici perfino del santo e ineffabile nome di Dio? Questo non è che l’aspetto estremo ed esterno dell’ateismo moderno. Ma vi sono altri aspetti che meritano la nostra riflessione. L’uomo moderno, si dice, è allergico alla religione. Egli non ha più l’attitudine a pensare, a cercare, a pregare Dio. È indifferente, è spiritualmente insensibile. In fondo vi è un’obbiezione più grave e tacitamente, ma fortemente, operante: noi, uomini di oggi, non abbiamo bisogno di Dio; la religione è inutile, non serve a nulla, anzi costituisce un freno, un imbarazzo, un problema superfluo e paralizzante; oggi l’uomo si è affrancato dalle vecchie ideologie teologiche, mitiche, pietistiche; e convinto di conquistare una libertà  superiore ha spento la lucerna della religione: meglio il buio dell’incredulità  che la mistificazione delle speculazioni superstiziose. Quanta gente la pensa così? e sarebbe vero che la gioventù, la nuova generazione si orienta verso questa facile e vittoriosa irreligiosità ?

Oggi lo spirito della gente è saturo di conoscenze concrete, sia empiriche che scientifiche, ed è tutto impegnato nel dominio delle cose utili, le macchine ad esempio, o nell’interesse delle cose futili, il divertimento ad esempio; si direbbe che non gli manca nulla. Il mondo dell’economia e del piacere, il mondo sperimentale e sensibile, il mondo così detto delle vere realtà , tangibili e commensurabili dell’esperienza, gli bastano, e non ha né voglia, né bisogno di cercare nella sfera dell’invisibile, del trascendente, del mistero il complemento e la pienezza al vuoto interiore, che, si dice, non esiste più.Questa assenza di Dio affligge profondamente papa Benedetto XVI , e dà  a lui la desolata impressione di una anacronistica solitudine.

Alla Celebrazione Ecumenica nell'ex Convento degli Agostiani di Erfurt Benedetto XVI ha affermato: “L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui? Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo, nell’hybris del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità , “perde” sempre di più la vita. La sete di infinito è presente nell’uomo in modo inestirpabile. L’uomo è stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Lui. Il nostro primo servizio ecumenico in questo tempo deve essere di testimoniare insieme la presenza del Dio vivente e con ciò dare al mondo la risposta di cui ha bisogno. Naturalmente di questa testimonianza fondamentale per Dio fa parte, in modo assolutamente centrale, la testimonianza per Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che è vissuto insieme con noi, ha patito per noi, è morto per noi e, nella risurrezione, ha spalancato la porta della morte. Cari amici, fortifichiamoci in questa fede! Aiutiamoci a vicenda a viverla! Questo è un grande compito ecumenico che ci introduce nel cuore della preghiera di Gesù.”


E ancora ha detto Benedetto XVI: “La serietà  della fede in Dio si manifesta nel vivere la sua parola. Si manifesta, nel nostro tempo, in modo molto concreto, nell’impegno per quella creatura che Egli volle a sua immagine, per l’uomo. Viviamo in un tempo in cui i criteri dell’essere uomini sono diventati incerti. L’etica viene sostituita con il calcolo delle conseguenze. Di fronte a ciò noi come cristiani dobbiamo difendere la dignità  inviolabile dell’uomo, dal concepimento fino alla morte – nelle questioni della diagnosi pre-impiantatoria fino all’eutanasia. “Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo”, ha detto una volta Romano Guardini. Senza la conoscenza di Dio, l’uomo diventa manipolabile. La fede in Dio deve concretizzarsi nel nostro comune impegno per l’uomo. Fanno parte di tale impegno per l’uomo non soltanto questi criteri fondamentali di umanità , ma soprattutto e molto concretamente l’amore che Gesù Cristo ci insegna nella descrizione del Giudizio finale (Mt 25): il Dio giudice ci giudicherà  secondo come ci siamo comportati nei confronti di coloro che ci sono prossimi, nei confronti dei più piccoli dei suoi fratelli. La disponibilità  ad aiutare, nelle necessità  di questo tempo, al di là  del proprio ambiente di vita è un compito essenziale del cristiano.Ciò vale anzitutto, come detto, nell’ambito della vita personale di ciascuno. Ma vale poi nella comunità  di un popolo e di uno Stato, in cui tutti noi dobbiamo farci carico gli uni degli altri. Vale per il nostro Continente, in cui siamo chiamati alla solidarietà  in Europa. E, infine, vale al di là  di tutte le frontiere: la carità  cristiana esige oggi il nostro impegno anche per la giustizia nel vasto mondo. So che da parte dei tedeschi e della Germania si fa molto per rendere possibile a tutti gli uomini un’esistenza degna dell’uomo, e per questo vorrei dire una parola di viva gratitudine.”

“Infine vorrei ancora accennare – conclude Benedetto XVI – ad una dimensione più profonda del nostro obbligo di amare. La serietà  della fede si manifesta soprattutto anche quando essa ispira certe persone a mettersi totalmente a disposizione di Dio e, a partire da Dio, degli altri. I grandi aiuti diventano concreti soltanto quando sul luogo esistono coloro che sono totalmente a disposizione dell’altro e con ciò rendono credibile l’amore di Dio. Persone del genere sono un segno importante per la verità  della nostra fede.”

Ed ecco quindi che il dialogo con i fedeli sia nei viaggi apostolici che nelle Udienze Generali del mercoledì sia pure contingente e brevissimo, conferma, per un verso, della suprema ed armonica necessità  della religione, della fede, della preghiera, e ci istruisce, per un altro verso, sull’origine e sulla natura di certi paurosi fenomeni della mentalità  moderna: l’inquietudine, la confusione, la ribellione, l’intima infelicità  di una parte dell’uomo contemporaneo. Egli ha perduto il senso profondo, metafisico delle cose, il significato della propria vita, la speranza in un destino qualsiasi. Sì, s’è spenta la luce che rischiarava tutto l’ambiente, e tutti vanno come ciechi cercando un punto di orientamento e d’appoggio, urtandosi e abbracciandosi, come per caso. Babele risorge? e soffia negli animi della gente quello «spirito di vertigine», di stordimento, di cui parla il profeta Isaia? (Is 19,14) Ovvero in codesta negazione del nome di Dio si nasconde un’intenzione iconoclasta sì, ma contro le false concezioni della divinità , contro le religioni imperfette o corrotte, e perciò risolubile nella ricerca, forse inconsapevole del Dio-ignoto? (Cfr. At 17,23) d’un Dio-Verità ? d’un Dio-bontà ? d’un Dio-Vita? Cioè l’odierna assenza di Dio non sarebbe che un’oscura e tormentosa aspirazione ad una presenza di un Dio-salvezza? Cioè, alla fine, ad un Messia, ad un Cristo, luce del mondo, in cui l’uomo d’oggi possa ritrovare simultaneamente se stesso e il Dio Padre, suo principio e suo fine? sua speranza e sua gioia? Pensiamoci ci ricorda Benedetto XVI : è il grande problema del nostro tempo. Quanto a il Papa lui ha questa fiducia; e in questa penosa assenza sta fermo e diritto, tendendo ancora le braccia all’umanità  dolorante, e ripetendo le parole di Cristo: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi consolerò» (Mt 11,28).


La riflessione circa il nostro atteggiamento davanti alla questione di Dio, la questione religiosa deve però continuare afferma il Papa. Succede questo: l’audacia, temeraria o incosciente, con cui oggi s’impone la negazione di Dio, conclude a ridare a tale questione un’urgenza tormentosa. Dio è assente dalla vita moderna, perché dimenticato, perché escluso; nulla succede nel mondo? nulla succede nella cultura umana? nulla succede nel foro interno della persona vivente e pensante? Benedetto XVI non tenta nemmeno di rendere esplicite queste domande; si limita a lanciarle nei nostri spiriti, per stimolarli ad una ricerca, che può svolgersi percorrendo qualcuna delle cento vie, che si aprono loro davanti, proprio a causa dell’immenso e indefinito vuoto prodotto dall’assenza di Dio. Basta al Papa fare accogliere questa parola esplosiva: la ricerca. Che metteremo al posto di Dio? Cioè: all’assenza di Dio, che caratterizza, con certi macroscopici aspetti, la vita moderna, succede, volere o no, la ricerca di Dio. Semplifichiamo questo fenomeno, classificandolo in alcune sue categorie elementari, cominciando da quella che pare la più ovvia e la più comoda.

La prima ricerca ritorna subito alla negazione di partenza, cioè la ricerca soffoca se stessa, cercando di convincersi che la questione religiosa è una pseudo-questione; è inutile, è dannosa. Anche se immense zone d’ombra si addensano in tal modo d’intorno alla mente umana, e se ormai nessuno pretende che la scienza possa soddisfare le supreme aspirazioni della mente umana, ci si rassegna a vivere entro i suoi orizzonti, resi sempre più ampli, ma senza avvertire che quanto più si estende il meraviglioso campo delle conoscenze scientifiche, tanto più cresce l’enigma dell’essere che tutte le pervade e che di per sé urge a salire in una sfera superiore, dove è pur necessario arrivare, la sfera appunto del necessario, dell’assoluto, la sfera della causalità  creatrice, la sfera di Dio.

Sappiamo bene che lo sforzo logico per arrivare a questa prima e pallida conoscenza del primo principio spesso non giunge a stabilire quel rapporto vitale fra l’uomo e Dio, che chiamiamo religione, ma ne è la premessa: la premessa soggettiva, perché è spalancata davanti al pensiero, reso umile ed esaltato, la finestra della realtà  trascendente; e la premessa oggettiva, perché al mistero sempre esplorabile delle cose finite si vede sovrastare il mistero ineffabile e inesauribile dell’Essere infinito, con questa incomparabile scoperta, basilare per tutto l’ordine religioso: che il nostro pensiero è fatto per raggiungere la vetta della divinità . Meravigliosa scoperta: noi siamo essenzialmente destinati al rapporto personale con Dio. Ricordiamo con Benedetto XVI la sempre citata parola di S. Agostino: «Tu, o Dio, ci hai fatti per Te, e insaziato sarà  sempre il nostro cuore finché non riposi in Te» (Conf. 1, 1). Togliere all’uomo questa meta vorrà  dire tagliare le ali del suo spirito, abbassare la sua statura al livello degli esseri privi di anime spirituali, ingannare le sue supreme aspirazioni con oggetti di insufficienti dimensioni, alimentare la sua fame religiosa con cibo che la accresce, ma saziare non può (Cfr. San Tommaso, Contra Gentes, III, 25).

Si ferma qui la ricerca di Dio? Perché essa è così radicata nella nostra natura che in qualche maniera anche coloro che lo dimenticano, e lo negano percorrono questa ricerca, deviata su false, o incomplete, o impersonali ed astratte rappresentazioni di Dio. Noi uomini e donne del terzo millennio allenati all’uso del pensiero, siamo particolarmente predisposti a questa mistificazione, a questa idolatria: di ogni desiderio, di ogni astrazione ideale di unità , di verità , di bontà , di ogni pur reale concezione di felicità , di potenza, di arte e di bellezza e di amore, ci facciamo un bene supremo, un assoluto che ci domina: ricadiamo, spesso non meno puerilmente degli antichi idolatri delle cose sensibili o dei fenomeni naturali, nella sfera dell’uomo. Ora l’uomo non basta all’uomo. Se si ascolta davvero la voce di questa sfera umanistica dobbiamo registrare l’antica risposta: cerca più su. E sopra l’uomo, ammesso che si arrivi alle soglie del mondo religioso, è finita, ripetiamo, la nostra ricerca?

Paolo VI il Predecessore di Benedetto XVI risponderebbe di no. “Essa piuttosto comincia sopra un piano nuovo, in un regno nuovo. Questo vorremmo compreso da quanti pensano, o dubitano che concedere il proprio spirito all’esperienza religiosa possa frustrare la sua libertà , la sua autonomia, la sua energia; riempirlo di fantasmi e di miti, di scrupoli e di paure. Dobbiamo ammettere che non tutte le espressioni religiose sono valide; ma noi abbiamo la fortuna e il dovere d’affermare che esiste una religione vera, soggettivamente modellata secondo le misure ed i bisogni del nostro spirito, oggettivamente istituita da quel Dio che andiamo cercando con la sorpresa, anche qui, di scoprire che ancor prima e infinitamente ancor più che noi ci muovessimo alla ricerca di Dio, Dio è venuto in cerca di noi (Cfr. ABRAHAM HESCHEL, Dieu en quàªte de l’homme, Seuil 1968).”

Perciò la ricerca continua in un oceano di verità  e di misteri. In un dramma in cui ciascuno ha una sua parte da svolgere. È la vita. Potrà  esaurirsi in questa nostra esistenza temporale? No. Nonostante l’immensa luce della nostra religione cattolica, la ricerca e l’attesa d’ulteriore rivelazione non sono compiute: anzi sono ancora all’inizio. La fede non è conoscenza completa, essa è fonte di speranza (Cfr. Eb 11,1). Noi ora vediamo le realtà  religiose, anche nella loro incontrovertibile realtà , nel mistero, nella loro impossibilità  di ridursi alla misura puramente razionale; conosciamo queste realtà  «come di riflesso, in uno specchio, in un enigma» (1Co 13,12). Lo studio, la ricerca, diciamo la parola che tutto comprende il processo umano-religioso, l’amore permangono attivi e dinamici. Possibile che l’uomo d’oggi, teso in continua, ansiosa, esilarante conquista non sappia riascoltare questo invito perenne e stimolante alla ricerca di Dio?

Diciamo a noi stessi l’esortazione del Profeta: «Cercate il Signore mentre si può trovare, invocatelo mentre è vicino» (Is 55,6).

Alberto Giannino

[29 settembre 2011]

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