Benedetto XVI ad Assisi: l'assenza di Dio, il male, e la decadenza dell'uomo moderno

ultimo aggiornamento: 26/10/2011 ore 18:37

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Benedetto XVI, davanti a circa 300 rappresentanti delle religioni mondiali ad Assisi, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, dopo 25 anni dall' ultimo incontro avvenuto alla presenza di Giovanni Paolo II, ha incentrato il suo discorso sull'assenza di Dio nel mondo contemporaneo. Un'assenza e un vuoto che, nel recente passato, ha portato l'uomo a scegliere il male: il riferimento ai campi di sterminio del nazismo, agli orrori del comunismo, alle dittature di tutti i colori, e al terrorismo politico religioso. “Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà  spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del “bene” perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza.” Papa Benedetto XVI ha affermato inoltre che “come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza.” (Le Crociate, la guerra dei Trent'anni, le torture e i roghi dell'Inquisizione a danno degli eretici, la distruzione degli Albigesi, la condanna al rogo di Giordano Bruno,ecc. “Lo riconosciamo, dice papa benedetto XVI – pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura. Il Dio in cui noi cristiani crediamo è il Creatore e Padre di tutti gli uomini, a partire dal quale tutte le persone sono tra loro fratelli e sorelle e costituiscono un'unica famiglia. La Croce di Cristo è per noi il segno del Dio che, al posto della violenza, pone il soffrire con l'altro e l'amare con l'altro. Il suo nome è “Dio dell'amore e della pace” (2 Cor 13,11). È compito di tutti coloro che portano una qualche responsabilità  per la fede cristiana purificare continuamente la religione dei cristiani a partire dal suo centro interiore, affinché – nonostante la debolezza dell'uomo – sia veramente strumento della pace di Dio nel mondo.”

Il Papa ha quindi parlato della “decadenza” dell'uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. “L'adorazione di mammona, dell'avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l'uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità  degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell'animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l'uomo distrugge se stesso.”L'assenza di Dio – ha continuato Papa Benedetto XVI – porta al decadimento dell'uomo e dell'umanesimo. Ma dov'è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all'umanità  per fondare una vera pace? Riassumiamo anzitutto brevemente le nostre riflessioni fatte finora. Ho detto che esiste una concezione e un uso della religione attraverso il quale essa diventa fonte di violenza, mentre l'orientamento dell'uomo verso Dio, vissuto rettamente, è una forza di pace. In tale contesto ho rimandato alla necessità  del dialogo, e parlato della purificazione, sempre necessaria, della religione vissuta. Dall'altra parte, ho affermato che la negazione di Dio corrompe l'uomo, lo priva di misure e lo conduce alla violenza. Accanto alle due realtà  di religione e anti-religione esiste, nel mondo in espansione dell'agnosticismo, anche un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità , sono alla ricerca di Dio. Persone del genere non affermano semplicemente: “Non esiste alcun Dio”. Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono “pellegrini della verità , pellegrini della pace”. Pongono domande sia all'una che all'altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c'è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità  esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà  che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri. Queste persone cercano la verità , cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile.

Già  all'Angelus dell'8 febbraio 2009 Benedetto XVI aveva detto che: “la vera e più profonda malattia dell'uomo è l'assenza di Dio, della fonte della verità  e dell'amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità  non sarebbe vita.”
Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità  e dell'amore e così è guarigione nella profondità  del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.Grazie all'azione dello Spirito Santo, l'opera di Gesù si prolunga nella missione della Chiesa. Mediante i Sacramenti è Cristo che comunica la sua vita a moltitudini di fratelli e sorelle, mentre risana e conforta innumerevoli malati attraverso le tante attività  di assistenza sanitaria che le comunità  cristiane promuovono con carità  fraterna e mostrano così il vero volto di Dio, il suo amore. È vero: quanti cristiani – sacerdoti, religiosi e laici – hanno prestato e continuano a prestare in ogni parte del mondo le loro mani, i loro occhi e i loro cuori a Cristo, vero medico dei corpi e delle anime!


Ebbene, riflettiamo un istante a questo fatto che sembra qualificare la storia e la civiltà  del nostro tempo: l'assenza di Dio come hanno ribadito prima Paolo Vie poi Benedetto XVI. Si è tanto parlato e scritto circa questo fatto: l'ateismo, in tante sue espressioni, il secolarismo, cioè l'esclusione d'ogni riferimento religioso dalla vita vissuta dell'uomo e della società , la negazione intenzionale e praticamente radicale del nome stesso di Dio dalle manifestazioni della cultura e della concezione scientifica del mondo e dell'umana esistenza. Taluni rappresentanti dell'uomo moderno sono forse diventati nemici perfino del santo e ineffabile nome di Dio? Questo non è che l'aspetto estremo ed esterno dell'ateismo moderno. Ma vi sono altri aspetti che meriterebbero la nostra riflessione. L'uomo moderno, si dice, è allergico alla religione. Egli non ha più l'attitudine a pensare, a cercare, a pregare Dio. È indifferente, è spiritualmente insensibile. In fondo vi è un'obbiezione più grave e tacitamente, ma fortemente, operante: noi, uomini di oggi, non abbiamo bisogno di Dio; la religione è inutile, non serve a nulla, anzi costituisce un freno, un imbarazzo, un problema superfluo e paralizzante; oggi l'uomo si è affrancato dalle vecchie ideologie teologiche, mitiche, pietistiche; e convinto di conquistare una libertà  superiore ha spento la lucerna della religione: meglio il buio dell'incredulità  che la mistificazione delle speculazioni superstiziose.
Quanta gente la pensa così? e sarebbe vero che la gioventù, la nuova generazione si orienta verso questa facile e vittoriosa irreligiosità ? vivendo come se Dio non esistesse. Oggi – rilevava molto bene già  nel 1973 Paolo VI – lo spirito della gente è saturo di conoscenze concrete, sia empiriche che scientifiche, ed è tutto impegnato nel dominio delle cose utili, le macchine ad esempio, o nell'interesse delle cose futili, il divertimento ad esempio; si direbbe che non gli manca nulla. Il mondo dell'economia e del piacere, il mondo sperimentale e sensibile, il mondo così detto delle vere realtà , tangibili e commensurabili dell'esperienza, gli bastano, e non ha né voglia, né bisogno di cercare nella sfera dell'invisibile, del trascendente, del mistero il complemento e la pienezza al vuoto interiore, che, si dice, non esiste più. Questa assenza di Dio affliggeva il predecessore di Benedetto XVI, Paolo VI, profondamente, e dava a lui la desolata impressione di una anacronistica solitudine. Ed ecco che il dialogo con i fedeli confermava a Paolo VI , per un verso, della suprema ed armonica necessità  della religione, della fede, della preghiera, e ci istruisce, per un altro verso, sull'origine e sulla natura di certi paurosi fenomeni della mentalità  moderna: l'inquietudine, la confusione, la ribellione, l'intima infelicità  di una parte dell'uomo contemporaneo. Egli ha perduto il senso profondo, metafisico delle cose, il significato della propria vita, la speranza in un destino qualsiasi. Sì, s'è spenta la luce che rischiarava tutto l'ambiente, e tutti vanno come ciechi cercando un punto di orientamento e d'appoggio, urtandosi e abbracciandosi, come per caso. Babele risorge? e soffia negli animi della gente quello «spirito di vertigine», di stordimento, di cui parla il profeta Isaia? (19, 14) Ovvero in questa negazione del nome di Dio si nasconde un'intenzione iconoclasta sì, ma contro le false concezioni della divinità , contro le religioni imperfette o corrotte, e perciò risolubile nella ricerca, forse inconsapevole del Dio-ignoto? (Cfr. At 17, 23) d'un Dio-Verità ? d'un Dio-bontà ? d'un Dio-Vita? Cioè l'odierna assenza di Dio non sarebbe che un'oscura e tormentosa aspirazione ad una presenza di un Dio-salvezza? Cioè, alla fine, ad un Messia, ad un Cristo, luce del mondo, in cui l'uomo d'oggi possa ritrovare simultaneamente se stesso e il Dio Padre, suo principio e suo fine? sua speranza e sua gioia? Pensiamoci: è il grande problema del nostro tempo. “Quanto a noi, noi abbiamo questa fiducia; e in questa penosa assenza stiamo fermi e diritti, tendendo ancora le braccia all'umanità  dolorante, e ripetendo le parole di Cristo: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi consolerò» (Mt 11, 28).” (Paolo VI)

Noi tutti, come Benedetto XVi e Paolo VI, avvertiamo il contrasto che esse incontrano con le burrascose idee correnti nel mondo contemporaneo circa il santo nome di Dio, e che come una tremenda ondata sommergono la fede in tanti uomini del nostro tempo. Queste idee, voi ne sentirete certo parlare, e forse le sentirete premere come un'aggressione anche ai vostri spiriti, e fors'anche insinuarsi come una seduzione logica e convincente, sono molte e gravi e complicate, e assumono nomi nuovi e strani: secolarizzazione, demitizzazione, desacralizzazione, contestazione globale, e finalmente ateismo e antiteismo, cioè assenza, o negazione di Dio, dalle cento facce anch'esso, a seconda delle scuole filosofiche da cui deriva questo rifiuto di Dio, o dai movimenti sociali e politici che lo difendono e lo promuovono, o dalla pratica trascuranza d'ogni sentimento e d'ogni ossequio religioso (cfr. Enc. sull'ateismo, S.E.I.).

Quale turbine tenebroso investe oggi la fede in Dio! Tanto che possiamo tutto riassumere in una questione: è ancora possibile oggi credere in Dio? Formidabile questione, che esigerebbe volumi per rispondervi. Ma qui la proponiamo, non tanto per discuterla come si converrebbe in una trattazione adeguata, ma per ricordare le parole menzionate di Cristo e riprese in maniera memorabile da Giovanni Paolo II : “non abbiate paura”. Abbiate fede. Cioè a Noi basta ora rassicurarvi, con l'esortazione del Maestro divino: si, è ancora possibile oggi credere in Dio e in Cristo. Possiamo spingere quest'affermazione anche più in là : oggi è meglio di ieri possibile avere fede in Dio, se è vero che oggi l'intelligenza umana è più sviluppata, più educata a pensare, più incline a cercare le ragioni intime ed ultime d'ogni cosa.


Perché tutto sta qui: saper pensare bene. Quando diciamo questo bisogna ricordare che in questa grande questione la parola «fede» è intesa da noi nel suo primo significato, di conoscenza naturale di Dio, cioè di quella conoscenza che possiamo avere sulla Divinità  con le forze ordinarie del nostro pensiero; perché, se parliamo di «fede» come vera conoscenza soprannaturale di Dio, derivata dalla sua rivelazione, allora le forze ordinarie del nostro pensiero, occorrono e servono sì, ma non bastano; devono essere sorrette da uno speciale sussidio di Dio stesso, che chiamiamo grazia; la fede è allora un dono, che Dio stesso ci concede; è quella virtù teologale che, pur nell'oscurità  del mistero che sempre circonda Dio, ci dà  la certezza e il gaudio di tante verità  a lui relative. Adesso accenniamo al primo significato, che possiamo chiamare la cognizione razionale di alcune verità  religiose, e prima fra tutte quella dell'esistenza di Dio, ch'è la verità  oggi tanto discussa e tanto oppugnata.

Noi sosteniamo che questa è verità  fondamentale, non sconfitta dalle innumerevoli obbiezioni che le sono mosse contro. E facciamo attenzione: un conto è affermare che Dio esiste, e altro conto sarebbe affermare Chi Egli sia; possiamo conoscere con certezza l'esistenza di Dio, conosceremo invece sempre assai imperfettamente l'essenza di Dio, cioè Chi Egli sia (cfr. S. Tommaso., Summa contra Gentes, 1, c. 14).

E per arrivare alla certezza di quella ineffabile e sovrana esistenza basta pensare bene. Ce ne dà  garanzia l'insegnamento categorico del Concilio Vaticano primo, il quale riassumendo la secolare dottrina della Chiesa, e, possiamo aggiungere, della filosofia umana, afferma che «Dio, principio e fine di tutte le cose, si può conoscere con sicurezza col lume naturale della ragione mediante le cose create» (Denz-Sch. 3004). Perché allora tanti uomini, anche dottissimi, dicono il contrario? Perché, non adoperano la loro mente secondo le leggi autentiche del pensiero in cerca di verità .

.Si aprirebbe una discussione senza fine sul dovere e sull'arte di pensare bene, secondo le esigenze e i criteri della autentica sapienza umana, e secondo la logica reclamata dalla scienza stessa e dal discorso onesto e corretto del senso comune. E questa linea del pensiero religioso, la quale sembra tanto ovvia e iscritta sia. nella mente sana dell'uomo, sia nel rapporto di verità  che essa riesce a stabilire con le cose conosciute, è oggi contestata come una pretesa ingenua e antiquata, mentre è e sarà  sempre la via maestra, che conduce immancabilmente lo spirito umano dal mondo sensibile e scientifico alle soglie del mondo divino.

Tralasciamo di proposito la menzione che sarebbe dovuta ai sistemi filosofici relativi a questo massimo problema. Ma ci limitiamo ad accennare ad uno fra gli ostacoli maggiori, che arrestano oggi il cammino del pensiero verso la sua mèta finale, ch'è Dio, e che dà  senso e valore a tutto il sapere umano: la mentalità  tecnica, che affonda le sue radici in quella scientifica e si compiace della sua fioritura nel campo meraviglioso degli strumenti innumerevoli e potenti messi nelle mani dell'uomo, fiero delle sue invenzioni, liberato dalle sue fatiche fisiche, proiettato nel regno della fantascienza, dove tutto sembra spiegabile e tutto possibile, senza ricorrere né col pensiero, né con la preghiera ad un Dio trascendente e misterioso. La padronanza delle cose e delle forze naturali, il primato attribuito all'azione pratica ed utile, l'organizzazione totalmente nuova della vita risultante dall'impiego multiforme della tecnica tolgono all'uomo il ricordo di Dio e spengono in lui il bisogno della fede e della religione. Già  Pio XII, in una mirabile analisi di questo tema, trattato nel radiomessaggio del Natale del 1953, parlava dello «spirito tecnico», di cui è imbevuta la mentalità  moderna; e lo definiva «in ciò, che si considera come il più alto valore umano e della vita trarre il maggior profitto dalle forze e dagli elementi della natura» (Discorsi e Rad. XV, p. 522). E ,ancora: «Il concetto tecnico della vita non è dunque altro che una forma particolare del materialismo, in quanto offre come ultima risposta alla questione della esistenza una formula matematica e di calcolo utilitario» (ib. p. 527).

Ma se ciò, come ha riconosciuto il Concilio Vaticano II, «può rendere spesso più difficile l'accesso a Dio» (Gaudium et Spes, n. 19), per sé non lo impedisce, anzi dovrebbe facilitarlo con lo stimolo della scoperta delle profondità  esistenziali della natura e con l'esperienza dell'ingegno umano che non le inventa quelle profondità , ma le scopre e le utilizza. Si tratta di tenere gli occhi aperti, cioè d'impiegare l'intelligenza, com'è suo potere e dovere, a guardare oltre lo schermo sensibile e a ricercare sia le cause essenziali che finali delle cose come ci invitava a fare Paolo VI.

Allora la trasparenza del regno divino si rivela e, lungi dal deprezzare il regno della natura e la scienza, che lo esplora, e la tecnica, che lo domina, essa illumina questi stupendi valori di una bellezza nuova e liberatrice, che toglie al mondo tecnologico quel senso di organizzazione oppressiva e di conseguente angoscia, che deriva dai limiti propri del cerchio materialista, e che proprio in questi giorni scoppia in ribellioni violente e irrazionali, quasi a denunciare la radicale insufficienza della nostra civiltà  dissacrata a soddisfare le inalienabili esigenze dello spirito umano. Dio è necessario, come il sole.

E se tanta fatica noi uomini e donne del terzo millennio facciamo a renderci conto di ciò, segno è che dobbiamo purificare il concetto banale e falso, che spesso noi ci facciamo della Divinità , e tentare senza posa lo sforzo di dare al nome di Dio la ricchezza infinita della sua abissale trascendenza e la dolcezza ineffabile, piene di riverenza e di amore, della sua onnipresenza, della sua immanenza. Dobbiamo «credere in Dio». Ma non è troppo difficile per noi questo sforzo, a cui la mentalità  moderna ci ha diseducati, fino ad assuefarci al grido blasfemo della nostra cecità : Dio è morto? A questo riguardo basti ricordare Nietzsche e i teologi cristiani: Gabriel Vahanian, Paul Van Buren, William Hamilton e Thomas J. J. Altizer, ed il rabbino ebreo Richard Rubenstein.

Poco tempo dopo venne pubblicato il libro di Vahanian La morte di Dio: in esso, l'autore sosteneva che la cultura secolare moderna aveva perso tutto il senso del sacro, con la perdita di ogni significato sacramentale, e non vedeva più alcuno scopo trascendentale o senso della Provvidenza. Vahanian concludeva che per la mente moderna “Dio è morto”. Nella visione del teologo, era conseguentemente necessaria una cultura post-cristiana e post-moderna, per creare una rinnovata esperienza del divino.

Sia Van Buren che Hamilton concordavano con l'idea che il concetto di trascendenza avesse perso un posto significativo nel mondo moderno. Secondo le norme del pensiero moderno contemporaneo, Dio è morto. In risposta al collasso della trascendenza, Van Buren ed Hamilton offrivano all'uomo di oggi l'opzione di Gesù come modello umano che agiva per amore. L'incontro con il Cristo della fede sarebbe reso poi possibile nella comunità  ecclesiale.

Altizer offrì una radicale teologia della morte di Dio che riprendeva pensieri ed idee di William Blake, Hegel e Nietzsche. Altizer concepiva la teologia come una forma di poesia, nella quale l'immanenza (presenza) di Dio poteva essere trovata in gruppi accomunati dalla fede; non accettava più, però, la possibilità  di credere in un Dio trascendente. Altizer concludeva dunque che Dio si era incarnato in Cristo ed aveva impartito il suo spirito immanente al mondo, anche se Gesù era morto (contrariamente a quanto affermato negli scritti neotestamentari come in 1 Pietro 1,2).

Diversamente da Nietzsche, Altizer riteneva che Dio era morto realmente: per questo, egli è ritenuto l'esponente maggiore del movimento della morte di Dio.

Rubenstein rappresentava quella punta radicale del pensiero ebreo che lavorava attraverso l'impatto con l'Olocausto In un senso tecnico, Rubenstein manteneva l'idea, basata sulla Kabbalah, che Dio era “morto” creando il mondo. Comunque per la cultura ebrea moderna, asseriva che la morte di Dio era avvenuta ad Auschwitz. Sebbene la morte letterale di Dio non era avvenuta in tale momento, era solo a questo punto che nella mente dell'umanità  si era svegliata l'idea che un Dio teistico non esisteva. Nel lavoro di Rubenstein, non era più possibile credere nel tradizionale Dio teistico ortodosso dell'Alleanza di Abramo; Dio sarebbe, piuttosto, un processo storico.

Difficile è rifletter su questa grande questione. Ma ecco che viene il Maestro, che aggiunge: «Anche in me credete». Cristo ci abilita alla fede, sia naturale che soprannaturale. Ce lo ricorda S. Agostino il santo più amato da Benedetto XVi sepolto nella città  di Pavia: «Affinché (l'uomo) camminasse con maggior fiducia verso la verità , la Verità  stessa, Dio Figlio di Dio, fattosi uomo, senza cessare di essere Dio, stabilì . . . e fondò la fede, perché il cammino dell'uomo verso Dio fosse aperto all'uomo attraverso l'Uomo Dio. Questi è infatti il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (De civitate Dei, XI, 2; P.L. 41, 318; e cfr. Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 6).

Alberto Giannino

alberto.giannino@gmail.com

[28 ottobre 2011]

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