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martedì 28 Settembre 2021

ANDREOTTI SE N'E' ANDATO | I processi, la mafia, Italia divisa tra innocentisti e colpevolisti

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NOTIZIE ITALIANE | L' Italia è divisa, come sempre, davanti all'analisi definitiva del personaggio Giulio Andreotti. Il risultato serve a consegnarlo alla storia.
L'esito dei processi in cui il senatore a vita fu accusato di collusione con la mafia e di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli (il primo celebrato a Palermo e il secondo a Perugia) è quanto di più controverso si possa interpretare: assoluzione in primo grado e prescrizione in appello per alcuni fatti, a Palermo,confermata dalla Cassazione; assoluzione, condanna e di nuovo assoluzione a Perugia.

Si tratta di processi che sono durati anni, che hanno coinvolto l' Italia intera, a tutti i livelli. Erano i processi dei racconti dei 'pentiti': Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Balduccio Di Maggio. Attraverso le loro ricostruzioni e le varie 'testimonianze si sono scritte pagine di storia italiana che riguardavano un uomo di governo e di potere che della storia d'Italia è stato protagonista.

Lui, Giulio Andreotti, tra battute sagaci e aforismi, sembrava sempre intoccabile, anche quando le storie delle sue udienze venivano raccontate su molti libri. Un escorso, con diverse chiavi di lettura, tra le vicende più gravi che il Paese ricordi: lo sbarco degli americani in Sicilia, il caso Moro, i rapporti con la mafia, le candidature elettorali e la formazione dei governi in alcune fasi cruciali della vita politica del Paese.

Le sentenze, alla fine, hanno stabilito che con l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a Roma nel marzo 1979, il senatore non c'entrava, nonostante le richieste di ergastolo e la condanna d'appello a 24 anni di carcere poi annullata dalla Cassazione senza rinvio ad altri giudici.

Quanto all'accusa di mafia, nell'ultimo verdetto è scritto che “il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss (Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, ndr); ha palesato agli stessi una disponibilità  non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi”.
Per la Corte d'appello tutto ciò costituisce un reato provato fino al 1980, che però nel 2003 era ormai prescritto.

Su altri fatti successivi al 1980, a cominciare dal presunto «bacio» con Totò Riina, restò l'assoluzione piena.

L'omicidio del «proconsole» di Andreotti in Sicilia, il molto chiacchierato Salvo Lima, e poi la strage di Capaci, nel 1992 sbarrarono la strada di Andreotti verso il Quirinale, e di questo si dibatterà  in un nuovo processo che comincerà  a fine mese, quello sulla presunta trattativa fra Stato e mafia, come se servisse dimostrare che delle relazioni fra l'uomo politico, pubblico, simbolo del potere e Cosa nostra probabilmente non si finirà  mai di discutere, nonostante l'ostinazione dell'ex imputato a negare perfino i rapporti con i cugini mafiosi Nino e Ignazio Salvo (ritenuti provati anche dai giudici che l'assolsero in primo grado), o la certezza con la quale difendeva l'integrità  di Lima, a dispetto di pronunciamenti ormai definitivi che vanno in tutt'altra direzione.

paolo pradolin
[redazione@lavocedivenezia.it]

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[07/05/2013]


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