Alessandro Gassman con il Riccardo III fa il pienone al Toniolo di Mestre

ultima modifica: 17/12/2013 ore 09:49

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alessandro gassman riccardo iii al toniolo di mestre - foto di federico riva

Applausi e ancora applausi, consensi a destra e a manca: “Era da tempo che non vedevo una rappresentazione così ben fatta”, mormora qualcuno. Questa in poche parole l’ultima replica al Teatro Toniolo della versione steampunk del Riccardo III shakespieriano di Alessandro Gassman.


RIII, come da titolo, ci trasporta verso la fine della Guerra delle due Rose (o guerra tra cugini), in un’ atmosfera degna del grande Tim Burton, dove la prima cosa che colpisce e avvolge è l’impianto scenografico. Mutando continuamente, grazie a passaggi di luce ed ombra e ad effetti computerizzati proiettati su teloni che ricoprono le due metà di palco che ci ricordano l’espressionismo tedesco, la scenografia cambia continuamente senza stacchi evidenti, come se fossimo davanti al più fluido dei montaggi cinematografici.

Le luci e le ombre rispecchiano anche l’animo di Riccardo, qui interpretato e visto da Gassman come un burlone sadico, un po’ Frankenstein un po’ il Nosferatu di Morneau, infermo e volutamente deforme per far risaltare ancora di più lo straniamento del personaggio rispetto al resto delle forze in campo.


Tragicomico, RIII riesce a combinare diverse emozioni facendole convivere anche contemporaneamente sul palco. Si ride per le assurdità delle scelte di Riccardo o per le battute di qualche personaggio che entra immediatamente nel cuore dello spettatore. Come Tyrell, il tirapiedi del sovrano interpretato magistralmente da Manrico Gammarota, osannato dal pubblico grazie al suo amletico comportamento di colui il quale ha una coscienza e la interroga.

“Non sono io ad essere fuori scala, ma il mondo!” esclama Riccardo ed è proprio su questo elemento che Gassman costruisce il suo difficile personaggio. Corrotto dai sui mali, isolato e che è riuscito ad inimicarsi il mondo e per questo “fuori scala” nella sua struttura e nel portamento traballante agli occhi della sua corte e dei “fidi” consiglieri.

La commozione, nell’opera, arriva nel momento del confronto tra madre e figlio, lì dove il mondo lontano dell’Inghilterra yorkista, diventa moderno e attuale, lì dove Shakespeare diventa ancora una volta più immortale, parlando ad uno spettatore moderno di un astio che, purtroppo, vive ancora in molte famiglie. Ed è da qui che parte anche una sorta di inizio di cambiamento per Riccardo, perseguitato dai demoni, che per la prima volta fa i conti con la sua coscienza “perché ho paura? Non c’è nessun assassino qui… a parte me. Dovrei aver paura di me stesso?”

Un finale doloroso, ma dolce allo stesso tempo che dimostra che anche chi è solo contro il mondo, alla fine qualcuno ce l’ha che rimane lì a lucidare gli scarponi quando il resto si volta dall’altra parte.

Una rivisitazione particolare moderna, ma rispettosa del suo testo originale, questo RIII, che fonde teatro e cinema, con una locandina da kolossal hollywoodiano e che riesce a tenere incollati gli spettatori grazie, oltre ad un cast eccezionale, proprio alla commistione con il cinema che alleggerisce sapientemente l’opera.

Sara Prian

[17/12/2013]

Riproduzione vietata

(Photo Credit: Federico Riva)

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