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55a Biennale D’Arte a Venezia. Riflessioni dopo la chiusura: voglio scindere arte da arte, emozioni da emozioni

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(segue da: 55a Biennale D’Arte a Venezia. Riflessioni dopo la chiusura. Di Giorgio Pilla)

raggiunto il “target” che li farà passare alla storia nel pur composito mondo dell’ARTE.

Non si può, inoltre, affermare che molte delle opere esposte siano delle novità e, in una manifestazione come questa, parrebbe d’obbligo affacciarsi al futuro e non rifarsi ad un recente passato quando le “ provocazioni “ artistiche erano di moda al fine di dare certi input di novità, anche allora discutibili ma, comunque, accettabili sul piano della coerenza rivoluzionaria che intendeva aprire le porte a nuovi modi intendere l’Arte visivo-concettuale ( basterebbe citare per tutti MANZONI e DUCHAMP ).

Oggi incanalare molta parte della produzione artistica in tal senso sembra una sfida già persa in partenza per quel sapore di “deja vu” che si porta appresso.

Se molto di quanto offerto ricade nell’ovvio, nella mia personalissima analisi, se talune opere si ritrovano nella sfera del decorativismo, del trompe l’oeil a tutti i costi per sorprendere il fruitore, ciò non toglie che per altrettanti lavori si provi un brivido che ci fa concepire di trovarsi dinnanzi alla realizzazione di un pensiero denso di pecularietà, di emozioni provate dall’Autore e dallo stesso trasmesse a chi potrà sentire l’adrenalina salire dentro di sè convinto di poter far parte di un progetto atto a creare una simbiosi tra il “creatore “ dell’opera stessa ed il fruitore.

Ed è in quest’ultima ottica che dobbiamo elogiare chi in questa ultracentenaria istituzione crede ancora e le dedica tempo e fatiche [ organizzatori, molti degli artisti e gran parte di un mondo dell’Arte che ancora crede nella possibilità che, a mezzo di un sogno, si possa migliorare l’umanità ]. E’ questa la parte migliore di un evento di portata mondiale che ogni due anni porta a Venezia questo mondo eterogeneo di pensatori atti a mostrarci il meglio ( oppure il meno peggio ) della loro concezione di opera artistica, della loro capacità di misurarsi con il tempo e la visione dell’universo in cui vivono, con la disperata volontà di ritrovare se stessi nella rappresentazione che, di quel mondo, riescono a dare.

Ciò che sorprende, sempre, visitando biennio dopo biennio i luoghi della Biennale, è la grande partecipazione di paesi e uomini tanto diversi l’uno dall’altro ma tutti riuniti sotto la bandiera di un’Arte che, discutibile o meno, risulta pur sempre foriera di un affratellamento tra le genti che, in tale contesto, possono riconoscersi facenti parte si di etnie diverse, ma lacerti dell’unica razza di cui dobbiamo essere fieri, la razza UMANA.

Ciò ci conforta non poco, come ci rende orgogliosi di ritrovare le tracce, quasi reperti archeologici, dei momenti iniziali della gestazione di questa grande Kermesse espositiva, intendo la possibilità di ammirare debitamente restaurata la grande cupola del Padiglione Centrale – sala Chini – ove è stato riportato in luce il grande ciclo di Galileo Chini eseguito per la 8. Esposizione Internazionale d’Arte la Biennale di Venezia nel 1909.

La grande cupola sembra ospitare tutto il gusto dell’epoca proiettato, come dev’essere, verso un futuro che doveva testimoniare ad un differente pubblico temi ed emozioni a testimonianza di culture a noi oggi lontane ma in grado di portarci la voce di altri Virtuosi che con il loro bagaglio di sogni e speranze illuminavano quel tempo lontano, già sconvolto dalle grandi avanguardie artistiche che avrebbero cambiato, per sempre, la storia dell’Arte tutta.

Ho voluto, scientemente, citare una sola opera d’arte e, non a caso, estranea alla manifestazione presente quasi a voler mettere a confronto storie diverse che il tempo ha trasformato, voci di un coro che non trovano sintonizzazione: non un prosieguo dunque ma un confronto, meglio uno scontro, ancorchè senza “ spargimento di sangue “, tra calligrafie e cromie figlie di sensazioni e manipolazioni diverse, aventi, tuttavia, l’unico scopo, questo si comune, di dare vita a impressioni ricche di pathos, traslate materialmente, di cui l’Uomo di ieri e di oggi ha maledettamente bisogno per sentirsi vivo senza dover subire l’omogeneità che una società “cannibale” cerca di imporci a proprio uso e consumo.

Uscendo dagli spazi espositivi mi sono sentito straniato, quasi lacerato nel mio intimo nel dover soppesare, scegliere, scartare tra le centinaia di declinazioni create da Artieri geniali, altrove volonterosi ma, non sempre, in grado di toccare i gangli segreti dei mio essere, di scuotere la mia coscienza di libero pensatore e amante di una creatività che abbia in sè tutti i crismi di ciò che la Storia dell’Arte mi ha insegnato.

Forse sarò giudicato anacronistico, incapace di comprendere le ragioni di certe “messe in scena” colme di concetto, ma prive a mio modesto parere di quella bellezza che ha illuminato le mie giornate passate a percorrere le infinite sale di molti musei, sorpreso a commuovermi al cospetto di un “fiore” dipinto illuminato da una luce misteriosa e incantata.

Insomma rispetto sempre dovuto a chi dona tutto il proprio essere all’Arte ma, permettetemi di scindere arte da arte, emozioni da emozioni.

Giorgio Pilla

[30/12/2013]

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biennale d'arte venezia

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