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‘300 – L’alba di un impero’, solida sceneggiatura per un buon sequel. Di Sara Prian

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300 l'alba di un impero

Dopo il successo di ‘300’ diventato un cult di genere, con alcuni dialoghi entrati nell’immaginario collettivo, arriva ‘300 – L’alba di un impero’. Un’ opera che inizia come prequel, per poi superare gli avvenimenti del primo capitolo, in un film più possente, che unisce una grafica spettacolare e satura ad una sceneggiatura, finalmente, solida e coinvolgente.

I Greci si preparano ad affrontare la guerra decisa contro i Persiani dopo la sconfitta di Leonida alle Termopili. A guidare l’esercito ateniese Temistocle (Sullivan Stapleton) che dovrà vedersela con la flotta navale di Artemisia (Eva Green), in una lotta per la conquista della libertà e della democrazia.

Cambio della guardia alla regia con Zack Snyder che passa al reparto sceneggiatura, lasciando il timone al sorprendente Noam Murro, che mette in scena un’opera sanguinolenta, ma elettrizzante.

L’adrenalina, infatti, scorre a fiumi così come il sangue che, grazie al 3D, schizza letteralmente fuori dallo schermo, permettendo allo spettatore una visione ancora più partecipata di quanto non accadde con il primo capitolo.

Ciò che rimane della pellicola con protagonista Gerard ‘Leonida’ Butler, oltre ad evidenti parallelismi e il passaggio dall’elemento terra a all’elemento acqua, sono l’impianto scenico, coreografico e cromatico. La fotografia è quella che ha reso il primo film particolare, con i suoi colori freddi, saturizzati, con la telecamera che insiste nei primi piani e nello zoomare, lasciando poco scampo agli attori costretti a recitare con un’espressività attenta e significativa.

Ma quello che rende ‘300 – L’alba di un impero’, un sequel come si deve e che, anzi, supera il suo predecessore, è una sceneggiatura che lavora al servizio della messa in scena, permettendo di creare una storia dalle fondamenta solide, con dei personaggi caratterizzati, riuscendo a rendere ottimamente la tematica della vendetta. Murro rende visibili anche le polveri nell’aria, dando ancora di più il senso di sospensione che pervade tutta la pellicola, sottolineata proprio dai rallenti dei movimenti in battaglia.

La vendetta, leitmotiv di questo ‘300’, si consuma davanti ai nostri occhi minuto dopo minuto, così come consuma i protagonisti da una parte, mentre agli altri permette di trovare il coraggio per portare a casa una vittoria impensabile. Artemisia, una sempre grandiosa Eva Green, è il perno su cui gira l’intera vicenda, il personaggio su cui la vendetta scava ferite più dure da sanare, divisa tra la sua sete di sangue, combattendo al fianco dell’esercito persiano, a causa di quello che l’è stato fatto nel passato, e le sue origini greche.

La scena cult del rapporto carnale tra Artemisia e Temistocle, se da una parte ricorda il ‘Dark Shadow’ burtoniano, dall’altra fa capire di che pasta è fatto Murro. I francesi definivano l’orgasmo la petite mort e il cineasta deve avere pensato proprio a questo quando ha costruito la scena tra le due nemesi. Passione che si fonda nella lotta, trasportando la battaglia in ‘camera da letto’ per la prevaricazione di uno dei due sessi, trasformando l’uomo in animale e Artemisia in una mantide antropomorfizzata pronta a staccare la testa del suo amante a fine rapporto.

Ma non c’è niente che finisce per ridicolizzare la tenuta del racconto e della stessa messa in scena, nemmeno quando alcune sequenze, come quella appena citata, rischiano di cadere nel parodistico. Anche in quel momento Murro è un equilibrista capace, che riesce a tenere insieme il tutto in un climax crescente, che si diverte nello stupire lo spettatore con la sua sanguinosa spettacolarità.

Sara P.

[07/03/2014]

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