
In un articolo pubblicato su Repubblica il 21 ottobre 2026 Luigi Manconi mette in relazione i recenti scontri urbani con una trasformazione demografica profonda: la composizione per età della popolazione italiana è cambiata radicalmente negli ultimi decenni e questo modifica pesantemente i rapporti di forza sociali e politici.
I numeri evocati sono netti. Nel 1968 gli under 24 rappresentavano il 41,5% della popolazione italiana; oggi quella stessa fascia è ridotta al 21,7%. Contemporaneamente la quota degli over 65, che tra gli anni Sessanta e Settanta si attestava intorno al 12,1%, è salita oltre il 25%, più che raddoppiando.
Per Manconi questi mutamenti non sono neutrali: incidono sul peso economico, culturale e elettorale delle diverse generazioni e determinano la destinazione delle risorse pubbliche. Con una popolazione anziana “di quasi quattro punti superiore” a quella degli under 24, osserva l’autore, è fisiologico che gran parte degli investimenti si orienti verso gli anziani — in particolare le pensioni — a scapito di voci come istruzione, formazione e abitazione.
Il ragionamento richiama riflessioni sociologiche: citando il ruolo della scienza demografica nel comprendere i processi sociali, Manconi ricorda come i grandi movimenti collettivi del passato si svilupparono in contesti demografici molto diversi. A fine anni Sessanta, quando l’Italia aveva ancora una popolazione giovane e in espansione — con il clima di ottimismo del miracolo economico e l’apertura di nuove opportunità formative — la fiducia nel cambiamento era ampia. Oggi, invece, secondo l’autore le università “si chiudono, selezionano, discriminano secondo severi criteri di censo”, e le prospettive dei più giovani appaiono ristrette.
Da questa condizione nascono, secondo l’articolo, due conseguenze opposte ma correlate: la marginalizzazione politica ed economica delle nuove generazioni e una radicalizzazione di alcune forme di protesta. Manconi collega la provenienza della maggior parte degli autori delle recenti scorribande a Milano e Torino proprio a quella fascia di età oggi meno rappresentata nella società italiana. La protesta, continua, può assumere tratti di luddismo e nichilismo quando la posta in gioco — il futuro — sembra perduta.
Sulla questione della violenza nelle manifestazioni il pezzo prende una posizione netta: l’autore sottolinea la necessità di respingerla perché terrorizza i cittadini, danneggia le città e danneggia la stessa causa da cui nasce. Allo stesso tempo, invita a interrogarsi sulle risposte che la società e le istituzioni sapranno offrire ai giovani ai quali sembra prospettarsi un destino segnato dal circuito della produzione e del consumo.
Manconi conclude ponendo l’accento sulla natura generazionale del conflitto sociale attuale: parla esplicitamente di una
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