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Il Pentagono ha annunciato che l’esecuzione mediante fucilazione di Nidal Hasan sarà trasmessa in diretta streaming. “Sarà trasmessa in diretta streaming, seguiranno dettagli”, ha detto un funzionario del Dipartimento della Difesa, confermando quanto riportato dai media statunitensi.
L’ex maggiore dell’esercito, condannato per la sparatoria alla base militare di Fort Hood (Texas) nel novembre 2009, in cui uccise 13 persone e ne ferì 32, è stato fissato per l’esecuzione il 3 dicembre. L’Esercito ha stabilito l’orario per l’una del pomeriggio. Il Pentagono ha indicato che contro Hasan sarà schierato un plotone di esecuzione.
Il caso ha riacceso polemiche pubbliche: il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva già espresso la volontà di rendere pubblica l’esecuzione e, nelle ore successive all’annuncio, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha scritto su X che Hasan “ha ucciso 13 persone e ne ha ferite altre 31”. Il presidente Donald Trump ha approvato la procedura con la fucilazione, dopo la raccomandazione avanzata da Hegseth e dal ministro dell’Esercito.
Se l’esecuzione verrà eseguita, sarà la prima pubblica negli Stati Uniti dopo circa novant’anni e la prima esecuzione militare dal 13 aprile 1961, quando il soldato John A. Bennett fu impiccato, secondo il Death Penalty Information Center.
La decisione arriva in un contesto nazionale di dibattito sui metodi di esecuzione. Per ragioni legate alla reperibilità dei farmaci per l’iniezione letale, alcuni Stati hanno valutato o adottato metodi alternativi: l’Idaho lo scorso anno ha approvato la fucilazione come metodo primario, anche se finora non ha ancora proceduto con plotoni di esecuzione. Autorità e commentatori hanno avanzato diverse proposte, mentre la difficoltà di ottenere i farmaci è stata attribuita anche a pressioni internazionali contro le esportazioni.
Intanto dal Tennessee arriva la vicenda di Christa Pike, sopravvissuta a due iniezioni letali: i suoi legali hanno raccontato che la donna, rimasta per giorni incosciente e attaccata a un respiratore con i medici che avevano parlato di morte cerebrale e si preparavano a staccarla, si è risvegliata. L’avvocato Randy Spivey ha detto di essere rimasto “scioccato”, pur precisando che le condizioni cliniche di Pike restano gravi. Il bollettino sanitario indica polmonite, difficoltà a deglutire, assenza di funzionalità alle braccia con presenza di un coagulo e uno stato mentale definito “confuso e arrabbiato”. Tra le prime parole attribuite a Pike ci sarebbe stato: “Dove sono e chi siete”.
Pike avrebbe ricordato l’ora trascorsa legata al lettino della camera della morte e il tentativo, ritenuto dai periti della difesa, di non riuscire a iniettare il farmaco nelle vene, con il pentobarbital che sarebbe penetrato nei tessuti senza ucciderla. Una giudice del Tennessee ha ordinato che le autorità carcerarie conservino tutte le prove, a cominciare dagli aghi usati durante la procedura.
Gli avvocati di Pike intendono usare questi elementi per sostenere che lo Stato ha inflitto una “punizione crudele” e per chiedere la commutazione della pena capitale in ergastolo, ricordando che la condanna a morte risale a un delitto commesso quando la donna aveva 18 anni e che alla giuria non fu presentata la sua storia di abusi.
Il governatore repubblicano Bill Lee aveva negato la grazia a Pike e ha sospeso le esecuzioni fino a fine anno; non ha finora risposto alle nuove richieste dei legali. Marsha Blackburn, repubblicana e possibile successore alla guida dello Stato, ha dichiarato che l’episodio non deve essere motivo per fermare la pena di morte e ha auspicato la valutazione di altri metodi, citando tra questi l’iniezione letale e la sedia elettrica. Anche lo Speaker della Camera del Tennessee ha sostenuto di voler ampliare le opzioni di esecuzione, senza escludere alcun metodo dalla valutazione.
La combinazione delle due vicende — l’annuncio del Pentagono sulla fucilazione pubblica di Hasan e il caso di Pike — ha riaperto nel Paese il confronto sui criteri, sulle modalità e sull’opportunità della pena capitale negli Stati Uniti.
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