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Gerusalemme, 6 ottobre 2026 — Maria Gianniti, corrispondente da Gerusalemme
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Tre anni dopo l’attacco del 7 ottobre, il kibbutz Niros mostra i segni della tragedia ma anche i primi segni di ritorno alla vita: alcune abitazioni sono state recuperate, un cantiere lavora a ritmo serrato e almeno dieci famiglie sono già rientrate.
La casa dei piccoli Bibas — portati via insieme alla madre e uccisi durante la prigionia — è ancora lì. Vicino, dove molte abitazioni sono state demolite, rimangono soltanto le stanze di sicurezza, ricordo fisico di quella notte.
Ron Bahar, considerato una delle colonne del kibbutz, è tornato a vivere qui con la famiglia da tempo. “Ciò che abbiamo fatto è tenere solo i rifugi. L’idea è di portarli un giorno da qualche parte per creare una sorta di memoriale”, dice spiegando le scelte della comunità.
Accanto alle aree ancora ferite, è sorto un “nuovo kibbutz”: case già costruite, altre in fase di recupero e un cantiere attivo che testimonia la volontà di ricostruire. Dalla recinzione di confine, in lontananza, è però visibile la distruzione nella Striscia di Gaza.
La situazione a Gaza resta drammatica: l’80% del territorio è in macerie e gli sfollati vivono nel poco più del 30% controllato da Hamas, secondo i dati riportati sul posto.
Alla vigilia dell’anniversario, i servizi di intelligence interni israeliani hanno lanciato un’allerta: è considerata possibile la ripresa di attentati da parte di Hamas, anche prima delle prossime elezioni. La prospettiva mantiene alta la tensione nelle comunità colpite, dove memoria e ricostruzione convivono con il timore di nuovi attacchi.
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