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Donald Trump ha definito ieri il suo rapporto con Giorgia Meloni «very good», ma a Roma si mantiene prudente: a Palazzo Chigi invitano a non trarre conclusioni affrettate. Dietro la frase – pronunciata a margine di un comizio in Alabama a una domanda del giornalista Iacopo Luzi nel White House press pool – i diplomatici lavorano da mesi per ricucire i rapporti.
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Al centro del «movimento di pace» c’è l’ambasciatore statunitense a Roma, Tilman J. Fertitta. Uomo molto ricco e influente, Fertitta è ascoltato dal presidente e, secondo quanto riportato, sta usando anche la propria capacità di supporto elettorale ai repubblicani in Texas come leva per favorire il riavvicinamento tra Washington e Roma. Accanto a lui figura Marco Rubio, indicato come il volto più «ragionevole» dell’amministrazione.
Il disgelo ha avuto risvolti concreti nei giorni scorsi. Durante una videoconferenza straordinaria del G7 Trump ha ottenuto l’accordo per il rilascio di 100 milioni di barili di diesel dalle riserve strategiche, ricorrendo alla minaccia di bloccare le esportazioni di petrolio verso i partner. Soddisfatto dell’esito, il presidente ha elogiato anche la premier italiana, tra gli altri leader europei che hanno appoggiato la misura.
La Casa Bianca ha in programma ulteriori gesti simbolici: il 9 ottobre una recezione per il Columbus Day, pensata anche come segnale verso Roma e gli elettori italo-americani, e il 17 ottobre la cena annuale della National Italian American Foundation (NIAF) a Washington. Tra i più audaci fra gli intermediari si era ipotizzato un viaggio della premier alla serata NIAF per presentare il suo libro I Am Giorgia con una prefazione di Donald Trump Jr., ma l’idea è stata giudicata rimota per il rischio di un possibile «no» o di un mancato incontro. Per ora la NIAF sta cercando di invitare Marco Rubio; se lui accetterà, è probabile la presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’occasione mancata di un confronto diretto era stata all’Assemblea Generale dell’Onu a metà settembre, cui Meloni ha dato forfait. Il prossimo banco di prova potrebbe essere il G20 in Florida a metà dicembre, dove chi tessera la rete diplomatica spera in un incontro faccia a faccia. Per preparare il vertice, Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Palazzo Chigi e sherpa per i summit, è volato a Washington «due giorni fa» per colloqui su energia, economia e intelligenza artificiale, oltre che per curare le relazioni con l’amministrazione.
Sul dossier Russia, Meloni ha valutato in privato l’ipotesi di mantenere aperta la porta alla proposta statunitense di invitare Vladimir Putin al prossimo G20 — opzione che Rubio aveva evocato in conferenza stampa con Lavrov — ma alla fine la premier ha scelto la prudenza, allineandosi ad altri leader europei contrari ad accettare le minacce di Mosca. Ha annunciato di chiarire la sua posizione in prossimità del vertice, monitorando nel frattempo l’evoluzione dei fatti.
Resta aperta la domanda politica: conviene a Meloni ricucire con Trump a pochi mesi dalle elezioni politiche italiane? E quanto potranno incidere gli esiti delle elezioni di midterm statunitensi del 3 novembre sulle relazioni bilaterali, soprattutto se dopo i voti la Casa Bianca riprendesse l’offensiva contro l’Iran? Washington e Roma sono già state in contrasto sull’azione contro Teheran, con gli Stati Uniti che hanno accusato l’Italia di non sostenere abbastanza gli sforzi americani. Il disgelo sembra avviato, ma la sua sostanza e durata restano incerte.
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