La schizofrenia è un disturbo mentale cronico con manifestazioni psicopatologiche gravi quali deliri, allucinazioni, incoerenza e illogicità del pensiero e del comportamento. Ne è affetto dallo 0,5% all’1% della popolazione mondiale pertanto nel mondo vi sono dai 30 ai 60 milioni di schizofrenici. Solitamente è una malattia che colpisce i giovani tra i 15 e i 25 anni ed è ugualmente frequente nei due sessi anche se nella donne si manifesta più tardi e in forma meno grave. Ancora, vi è sicuramente una predisposizione genetica ad ammalarsi perché chi ha un parente schizofrenico ha maggiori probabilità di ammalarsi.
Vi sono chiaramente tante schizofrenie quanti sono gli schizofrenici però esiste un denominatore comune tra tutte le forme: la presenza di “ipo-frontalità” cioè di un deficit delle funzioni mentali tipicamente umane che risiedono nei lobi frontali ed in particolare in quella sottile porzione superficiale degli stessi nota come “corteccia prefrontale”. Tale deficit si palesa in tutte le forme di schizofrenia, dalle più gravi alle meno gravi, con la presenza di apatia, astenia, abulia (mancanza di volontà), anedonia (incapacità di provare piacere), rallentamento ideo-motorio, incapacità di pianificare e dare una direzione ai propri pensieri e alla propria vita in generale, freddezza affettiva, difficoltà di comprendere lo stato d’animo proprio e quello altrui. Tale condizione di deficit, nei periodi di produzione allucinatoria o delirante della malattia, può essere mascherato dallo stato di eccitamento psicotico del soggetto, ma a ben guardare è sempre presente.
Un’espressione eclatante di ipo-frontalità è l’incapacità del paziente schizofrenico di condurre un discorso dotato di senso, comprensibile all’interlocutore: è come se egli perdesse continuamente il filo del discorso e tale incapacità consegue al suo pensiero incoerente, dove le idee non si susseguono associate le une alle altre per trasmettere un messaggio chiaro ma gemmano le une dalle altre, incoerenti e disordinate. Tale drammatica condizione di dissociazione è denominata deragliamento e tangenzialità del pensiero.
Ancora, sempre a causa della disfunzione frontale, vi è nel paziente schizofrenico l’incapacità di disambiguare una frase, un discorso o una situazione servendosi del contesto in cui queste sono immerse; tale deficit è conseguenza di rigidità nelle rappresentazioni mentali e di incapacità di astrazione che insieme portano ad un tipo di pensiero definito “concreto”. Se ad un paziente schizofrenico cioè si chiedesse, ad esempio, cosa significa secondo lui il detto “Pietra che rotola non fa muschio” egli potrebbe rispondere: “Significa che quando una pietra cade rotolando giù da una collina o da una montagna il muschio su di essa non fa in tempo a crescere”; egli non è in grado cioè di individuare, estrarre e generalizzare il principio insito alla suddetta affermazione concreta astraendolo nel concetto che per costruire qualcosa nella vita si deve essere costanti.
Quello appena descritto è il quadro base, comune a tutte le schizofrenie, pur con gradi molto variabili di gravità. Su questa costante poi si sovrappongono solitamente altri sintomi in dosi variabili, quelli tipici del “matto”: deliri (tenacissimi convincimenti erronei anche bizzarri), allucinazioni (vedere o sentire cose che non esistono).
La vera difficoltà che si incontra nel curare la schizofrenia con i farmaci è dovuta al fatto che lo stesso neurotrasmettitore, la dopamina, è contemporaneamente carente a livello frontale (provocando i suddetti sintomi di deficit) ed eccedente in altre regioni cerebrali dove provoca eccitamento, deliri e allucinazioni: i farmaci anti-schizofrenici tradizionali, essendo anti-dopaminergici, danno un miglioramento dell’eccitamento, del delirio e delle allucinazioni ma ovviamente un peggioramento dei sintomi legati all’ipo-frontalità. Inoltre la dopamina regola anche il funzionamento del sistema extrapiramidale, preposto al corretto svolgimento dei nostri movimenti e una sua diminuzione provocata dai farmaci anti-schizofrenici tradizionali può causare rigidità, tremore, irrequietezza e discinesie.
La causa della schizofrenia rimane in gran parte sconosciuta anche se ci sono evidenze di una componente biologica (anomalie nello sviluppo del cervello) e di una componente ambientale (eventi della vita stressanti). Solitamente, chi si ammala di schizofrenia aveva fin da bambino alcune caratteristiche anomale, le più eclatanti delle quali sono l’introversione, la tendenza all’isolamento sociale, l’ottundimento delle emozioni e degli affetti, una generica mancanza di entusiasmo per tutto ciò che normalmente emoziona e attrae gli altri bambini. Tali caratteristiche possono comunque rimanere presenti per tutta la vita senza portare ad un quadro conclamato di malattia e configurando quello che viene chiamato “disturbo schizoide o schizotipico di personalità”: tale disturbo, semplificando, costituirebbe la forma più lieve di schizofrenia, il primo gradino di malattia che comunque può essere compatibile con una vita relativamente normale; alcuni eccellenti matematici si trovano su questo primo gradino e forse proprio la freddezza affettiva che li caratterizza consente loro di addentrarsi meglio nei meandri di una disciplina dove è ben noto che l’emotività gioca brutti scherzi.
Per uno schizofrenico è più difficile trovare un proprio posto e una propria dignità nei paesi industrializzati dove la vita è standardizzata e vi è lo stereotipo dell’efficientismo; ritengo personalmente che una delle grandi conquiste sociali dell’umanità sarà quella di valorizzare le differenze individuali dando la possibilità di mettere a frutto come pregi alcune caratteristiche originali: ciò è l’esatto contrario della standardizzazione. Uno schizoide può diventare un genio della matematica se sappiamo assecondare le sue inclinazioni ma se lo costringiamo a studiare una materia con maggiori “sbocchi professionali” probabilmente lo trasformeremo in un infelice fallito.
Se notiamo in un adolescente o in un giovane dei cambiamenti in negativo come un ritiro sociale progressivo, una perdita di interessi, una tendenza a prediligere attività solitarie, dobbiamo insospettirci: è cosa nota che nella schizofrenia un intervento precoce può evitare il cronicizzarsi della malattia.
Come terapia, va ricordato che i farmaci sono indispensabili nelle fasi acute in cui vi sia delirio, agitazione e allucinazioni oppure depressione mentre per la condizione di base caratterizzata da un impoverimento della personalità (sintomi negativi) c’è ben poco da fare e spesso, se il ragazzo appare ritirato, disimpegnato, disinteressato al lavoro ma tranquillo, è il caso di accontentarsi perché la stimolazione e lo stress possono slatentizzare episodi psicotici acuti. Questo non significa che bisogna rassegnarsi perché un grande giovamento si può trarre da una psicoterapia cognitivo-comportamentale fatta da un terapeuta che conosca bene la malattia: egli potrà insegnare al paziente, nelle fasi non acute di malattia, a gestire il rapporto con gli altri in modo più sereno ed empatico, potrà aiutare il paziente a divenire più critico rispetto ai propri convincimenti deliranti e potrà aumentare la sua capacità di distinguere il proprio mondo interiore (allucinazioni comprese) dalla realtà oggettiva.
A. Mercuri
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Preferisco il minestrone di verdure.