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25 Novembre. Giornata Nazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Tanta strada è stata percorsa, ma il viaggio è ancora lungo.
Anni di paura, di silenzi, di omertà hanno trafitto il corpo delle donne, ignorato le loro menti, disprezzato la loro intelligenza, denigrati i loro desideri.

Fra le pareti domestiche si consumavano e ancora si consumano i delitti più atroci. I primi centri antiviolenza hanno accolto vite distrutte dalla violenza maschile (i dati Istat 2007 registravano l’85% di casi vissuti dentro casa, anche in presenza dei figli).

Il femminicidio e tutte le forme di discriminazione contro le donne, hanno avuto voce in campagne di sensibilizzazione e informazione che si sono definite in precisi Decreti Legge.
L’azione più importante, quella davvero efficace è stata la denuncia. Oggi, molte più donne di qualche decennio fa, espongono, riferiscono la violenza negli uffici di polizia e giudiziari, protette da case famiglia, centri di accoglienza che le sostengono anche legalmente. Sarebbe importante che questi servizi continuassero a vivere, che fossero sostanziati culturalmente ed economicamente.

Difficile sembra ancora essere la percezione del bisogno di difesa, anche istituzionale, che la situazione italiana e non solo richiede. Le donne ancora oggi vengono discriminate dal mondo del lavoro (nonostante le leggi e la Costituzione), ferite nel loro desiderio di maternità, spesso rinunciano al sogno di poter avere un bambino, di vederlo crescere, di amarlo.

I servizi a favore della maternità non sono sufficienti, non riescono a colmare i bisogni reali di una coppia, di una famiglia, per tenere in piedi un asilo nido, sono necessarie lotte e proteste. E’ evidente che qui la violenza, pur di diverso calibro, ricade ancora una volta sulle donne che devono rinunciare al lavoro, alla professione in nome di una società a misura d’uomo, c he non riesce a garantire certezze neppure a quest’ultimo.

Le prime, significative conquiste nascono con il diritto di voto, accessibile alle donne solo dal 1946, e con esso la possibilità di elezione democratica, di proposta di legge contro le discriminazioni di genere.

La legge Merlin, nel ’58, abolisce “le case chiuse”, fornendo una buona occasione (ahinoi sprecata) per parlare di dignità femminile e di violenza sessuale anche “se” a pagamento. Merlin sapeva che a prostituirsi erano le donne più povere e indifese e che nessuno è autorizzato ad approfittarne, specie quando erano ragazze giovanissime ad imbrigliarsi nella rete. La cosa richiederebbe chilometri di discorsi etici che i frequentatori del sesso a pagamento non avevano e non hanno voglia di intraprendere.

Altre leggi agiscono sulla vita delle donne, come la 1204 che istituisce la tutela delle lavoratrici madri, il Codice per le Pari Opportunità, le Norme per la tutela sociale della gravidanza e del lavoro. Ciò detto, permane l’ombra dell’insicurezza che le donne violate imprimono nelle altre donne e nella società civile.

Il cammino è così pieno di ostacoli che sembra quasi impossibile poter arrivare alla meta. Troppe esistenze umiliate, bambini vittime dell’orrore vissuto fra le pareti domestiche, che le leggi da sole non riescono ad evitare. Manca la possibilità di fermare la mano maschile che uccide, che nasconde il corpo di una donna. Manca la dovuta indignazione, mentre prende spazio un’odiosa abitudine rassegnata nel prender atto di quanto accade, così fra altre notizie che parlano di politica, di sport, di gossip. Le analisi in materia parlano della necessità di crescita della società tutta, del ruolo della formazione e della cultura.
Intanto le donne continuano a morire. E noi continuiamo a leggere le notizie, ad ascoltarle dalla radio e dal televisore, tanto che fra una pubblicità e l’altra ci sembrano notizie finte, fatti inesistenti che ci riguardano, ma solo in parte.

Andreina Corso
28/11/2015

Riproduzione Riservata.

 

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