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Tutti vogliono qualcosa: di cosa stiamo parlando mentre parliamo?

Non c’è niente che sia così assetato di vita come la vita stessa. In qualunque contesto, in tutti gli eventuali rimandi, persino nelle azioni che appaiono più distanti da essa la vita parla di vita. E anche se spesso parla di se stessa in forma di chiacchiera più che di riflessione filosofica ciò non toglie peso alle cose dette.

Richark Linklater ha diverse cose in comune con Eric Rohmer. La messinscena dei suoi film appare distratta, quasi semplice sostegno ai dialoghi. Nonostante, a ben vedere, in realtà sia accuratissima, frutto di una ipersofisticazione che, di converso, sembra quasi sciatta. Ma i suoi film sembrano non volersi far ricordare per l’eclatanza delle scene, dei colori, etc. Vedendo una qualche pellicola di Linklater, persino “School of rock”, il regista pare intenzionato a ritrarre le cose così come sono. Naturalmente è solo un’impressione, un abbaglio.

“Tutti vogliono qualcosa” “(Everybody wants some”) appare il seguito del precedente “La vita è un sogno” (Dazed and Confused). In quest’ultima pellicola i protagonisti davano addio al liceo. In “Tutti vogliono qualcosa”, Linklater ci porta all’interno di un college, facendoci seguire le orme di una matricola, Jake, che appare quasi come collante ideale con la pellicola del 1993.

Siamo nel 1980 e il protagonista fa il suo ingresso nell’appartamento del college che gli è stato assegnato. Da lì seguiamo le storie del protagonista e dei suoi compagni di casa, tutti come lui giocatori di baseball. Feste, marijuana, ragazze, discoteche, bravate. La capacità camaleontica di inserirsi nei contesti più svariati (si passa dalla discoteca a un concerto punk a un party tematico su Alice) dovrebbe farci apparire eroici i protagonisti. Ma tutto subisce una sorta di

The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

indescrivibile livellamento. Tante, troppe le cose che succedono per diventare memorabili.

Monocorde (volutamente) il tono dei differenti episodi per rendere il film il consueto susseguirsi di crescendi e apici tipici della commedia studentesca..
Cosa differenzia, in sostanza, “Tutti vogliono qualcosa” da “Animal house” o “Porky’s”? Le chiacchiere. In Linklater non c’è una scena che sia una in cui mentre qualcuno fa qualcosa eviti di parlarci a riguardo di ciò che sta facendo. Siamo sempre quasi sul punto di “saltare lo steccato”, di diventare adulti ma le chiacchiere servono ad allentare la presa del tempo che passa inesorabilmente o, almeno, di dare un senso a ciò che pare non averne.

Si può parlare di nostalgia dei bei tempi in Linklater? No; e questo differenzia oltremodo il suo film dai film già citati e da quelli sui college, sui riti di passaggio etc. A ben vedere, un film così “epocale” e così puntuale nel descrivere minuziosamente la vita dei campus americani in prossimità dell’era Reagan,scandita musicalmente dagli ultimi sussulti del rock e della discomusic classica (la colonna sonora è un efficiente ritatto di quell’inizio decennio, tra Van Halen, Chic e Blondie) e la nascita della new wave, non ha nulla a che spartire con le commedie universitarie americane.

Si ride e ci si diverte alle bravate e alla coolness di questo gruppo di sfaticati esperti nell’arte di sopravvivere cum grano salis (Finnegan è pure il filosofo ufficiale della cricca). Si ride, ci si tedia pure un po’, come nei film di Rohmer. E il tedio fa parte del pacchetto, è inevitabile. Quasi una spezia senza la quale il sapore esistenzialistico dei film di Linklater non acquisterebbe l’intensità necessaria. Ma non c’è il sapore dei “bei tempi andati”, come in “American Graffiti”. Non si esalta il mito della gioventù. Nemmeno lo si smonta.

Linklater non vuole cedere alle due tentazioni: quella celebrativa e quella disfattista dell’epoca dorata della vita degli uomini. Non rende però nemmeno neutro il momento della maturità. Registra un’esperienza che è più spirituale che materiale. I protagonisti del film son dei saggi incoscienti. Parlano già del senso delle esperienze ancor prima di averle fatte, in parte basandosi sui codici esistenzialisti così forti in età postpuberale. Da un’altra parte quasi soffocati dal tempo, che li precede sempre di una frazione di secondo. E a nulla vale fingersi eterne matricole, come il freak Willoughby, perenne infiltrato dei campus, benché ormai trentenne e recidivo. La questione dell’esistenza ha regole ferree e però inconoscibili, appartenenti a una dimensione invisibile ma sempre davanti ai nostri occhi. Probabilmente collocata in uno dei tanti tramonti o delle tante albe con cui si chiudono i film di Richard Linklater.

TUTTI VOGLIONO QUALCOSA
(“Everybody wants some”, 2016)
REGIA: Richard Linklater
con: Blake Jenner, Zoey Deutch, Ryan Guzman, Tyler Hoeclin

 

giovanni natoli cinema film

 

Giovanni Natoli

26/07/2016

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