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The Post, ennesimo trionfo della verità da parte di un piccolo gruppo di giornalisti
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I sospetti mi nascono già nell’incipit: non si possono più mostrare scenari di guerra del Viet Nam, per quanto veloci e atti unicamente a presentare uno dei personaggi del film, con le canzoni dei Creedence Clearwater Revival. Idea sfruttatissima, che Spielberg, in questo ennesimo tiepido, “socratico” film, usa per introdurre rapidissimamente il personaggio/motore della vicenda.

Il racconto di “The post” è storia vera. Daniel Ellsberg (M. Ryhs), analista militare, quello “dai capelli lunghi”, si avvede che il Vietnam è un disastro e che la presidenza mente pubblicamente. Ne ha la conferma dal segretario della difesa che, sottovoce glielo conferma, mentre, pubblicamente mantiene la facciata ottimistica.

Ma “The Post” non è tanto un film sul Viet_Nam o sulla Casa Bianca nei giorni precedenti lo scandalo Watergate, giorni che sono la beffarda coda del film. L’ultimo lavoro di Spielberg è l’ennesimo trionfo della verità da parte di un piccolo gruppo di giornalisti facenti parte di quello che all’epoca era un quotidiano a conduzione familiare, il “Washington post”, retto da Key Graham (M. Streep), ultima di una dinastia di proprietari della testata. Una donna attaccata al suo giornale che però non può competere con nomi come “Time” e altri colossi della stampa U.S.A. Divisa tra il timore di un fallimento e allo stesso tempo decisa a volere la verità.
E in questo aiutata dal dapprima reticente caporedattore Ben Bradlee (T. Hanks).

Perché son quasi sempre soddisfatto a metà dei film di Spielberg? Perché questa necessità di svolte enfatiche e acchiappacommozione? E soprattutto, perché questa attenzione così pedante allo sviluppo (che io chiamo “metodo socratico di Steven”) dei fatti che porteranno a una sofferta ma inevitabile giustizia? E perché Frank Capra era più divertente e arguto nel suo ottimismo di quanto non sia così invece ottuso e monocorde il regista di “E. T.”?

Il tocco è inconfondibile; facce, abiti, recitazione impostata a un registro medio, anche per titani come la Streep e Hanks. Ma sembra irrinunciabile anche il sotterraneo trionfalismo che si schiude nel finale, nelle scene della redazione che viene a conoscenza dell’esito processuale a favore dei quotidiani riguardo la pubblicazione dei Pentagon Papers, divulgati tramite una mole immensa di fotocopie proprio da Ellsberg e complici. Con i soliti ottoni fieri e solenni dell’onnipresente compositore John Williams a dirigersi verso gli azzurri cieli d’America.

Nulla di riprovevole, anzi: ci mancherebbe. Nella realtà la storia dei Pentagon Papers è sicuramente una grande pagina di storia e siamo tutti d’accordo che la vera stampa è quella che si preoccupa di levare le castagne dal fuoco. Ma è lo stile ormai cristallizzato del regista a provocarmi effetti di sonnolenza. Il film è un borbottio continuo con una evidente caduta di gusto: la rappresentazione di un Nixon al telefono come se fosse il Blofeld senza volto del primo 007.

Come dicevo all’inizio, il film si chiude con un’apertura verso la scoperta dell’effrazione di una stanza da parte di una guardia giurata all’hotel Watergate. Suggerisco appunto di rivedere il classico “Tutti gli uomini del presidente”, classe 1976, di Alan J. Pakula. Quello con Redford e Hoffmann; un film ancora oggi pimpante e serrato, capace di tenere alta la tensione senza diventare monocorde. O il più recente “Caso Spotlight” più esemplare in quanto a sobrietà e reale commozione.

THE POST
(id. U.S.A. 2017)
Regia: Steven Spielberg

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

Riproduzione Riservata.

 

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