The Danish girl, la Mostra che strizza l’occhio all’universo omo

ultimo aggiornamento: 05/09/2015 ore 14:48

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Poteva essere un grande film, invece si tratta solamente di una buona pellicola; stiamo parlando di “The Danish girl”. L’ultimo lavoro di Tom Hooper, già regista de “Il maledetto United” e “Il discorso del Re”.
La storia è quella di Mogens Einar Wegener, artista e primo transessuale ad essersi sottoposto ad intervento chirurgico nel 1930.

Una figura magistralmente interpretata da Eddie Redmayne, già oscar per “La teoria del tutto” che compie ancora una volta un trasformismo eccezionale. Dando anima e corpo a Lili Elbe, la vera natura femminile del pittore.
All’ottima regia di Hooper fanno seguito le eccellenti performance del cast, che vede oltre al già citato Redmayne, anche Alicia Vikander in quelli del miglior personaggio dell’intero film: la moglie del pittore Gerda Wegener.


Perché, se chiaramente la figura centrale è quella di Einar/Lili, è Gerda che dimostra la vera forza e coraggio. Quello di una moglie che nella prima metà del 900, accetta e soprattutto sostiene il marito, nonostante la non facile lotta emotiva interiore. Quello che Einar scopre di essere è totalmente in contrasto con l’uomo che Gerda aveva imparato ad amare, anzi, adorare, pur capendo il desiderio del protagonista di far emergere la propria natura e di accettarsi per quello che è veramente, fase che in alcuni momenti fa notare una forma di egoismo dello stesso.

Sembra quasi che per lui, esista solamente il proprio problema/desiderio e che la sofferenza di chi gli sta accanto, in un modo difficile da credere (se non fosse una storia vera), passi in secondo piano.
Solo in un secondo momento Einar riconosce l’amore di Gerda che lo ha accompagnato in un percorso che difficilmente qualcun altro avrebbe fatto e accettato.

Come detto però la pellicola non può essere considerata un lavoro eccellente, a causa di una gravissima pecca: non essere stata in grado di fermarsi prima.
La seconda parte rende la visione pesante, con un inutile trascinarsi di scene che non servivano a far comprendere ulteriormente la vicenda.


Il regista ha voluto mostrare troppo, arrivare fino agli interventi chirurgici ed oltre, quando la cosa davvero interessante era il cambiamento psicologico di Einar in Lili, già ampiamente mostrato e dimostrato.
Cambiamento, anzi, forse addirittura troppo rapido nell’incipit: troppo poco infatti il fatto di indossare un paio di calze della moglie, per far capire al pittore di essere donna

Più volte alla spettatore potrebbe capitare di scrutare l’orologio, nella speranza di un finale che tarda ad arrivare.

Mattia Cagalli

05/09/2015

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