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Song to Song, incubo in perenne stato di ubriachezza

“Terrence Malick, tutto qui?”
Raccolgo le mie conclusioni dopo la visione di “Song to Song”. E penso: ”Ma allora tutti quei primi lavori magistrali incubavano questo…incubo?”

Verrebbe voglia di sperare di aver preso un abbaglio; ma il film è nitido e palese nel suo spirito, nonostante sia di una tediosità e di un’ipocrisia con pochi eguali. O forse più che ipocrisia, di dabbenaggine, visti i contenuti.

Il percorso artistico di Terrence Malick, dopo le rivisitazioni del mito dei dannati on the road, del confronto/scontro tra uomo e natura, dell’impossibilità di essere in armonia con il tutto, doveva giungere a tale miseranda rarefazione?

C’è stato un tempo, a me caro in cui si vociferava che Malick fosse interessato alla messinscena di “L’uomo che andava al cinema”. Il romanzo di Walker Percy, sconosciuto in Italia ma molto amato all’estero, il cui titolo originale dà il nome alla mia rubrica. A quel tempo esultai; Malick mi pareva connaturato al tono umanista della storia di Binx, protagonista del romanzo. Un castaway, perso nel mondo, alla ricerca di autenticità. Oggi ringrazio Iddio che Malick non abbia messo mano a quel meraviglioso testo.

“Song to song” aggrava, se fosse mai possibile, la posizione artistica presa in “To the wonder”. Lo stile di ripresa, l’occhio come di pesce che volteggia tra le persone e la natura, alla ricerca di una prospettiva inedita e autentica, si dissolve in un banalissimo, se non sconfortante, edonismo che già abbiamo digerito in mille e più reclàme di cosmetici.

E i pensieri: i famosi pensieri messi in scena. Quelli che ne “La sottile linea rossa” davano voce all’intimo dei soldati in una (un po’ discutibile) polifonia di pace si sono trasformati in banalità esistenziali che non possono muovere al sorriso qualunque persona adulta di mente. Anche perché il succo della storia è così poca cosa che nessun paesaggio, in stile “National Geographic” può salvare.

Che senso ha giungere alla maturità intellettuale/artistica per dire che se sei giovane e giochi a fare esperienze prima o poi tornerai ai valori familiari e che il mondo, là fuori è brutto e cattivo?

Lo spettatore viene guidato nella storia da Rooney Mara, terrificante folletto “faccia-di-malinconia”, attrice feticcio per una femminilità pre menarca tutta sguardi tristi e rannicchiamenti, nelle sue sperimentazioni nella scena rock di Austin.

Tra l’amore per Ryan Gosling, musicista all’inizio del successo, Michael Fassbender, diabolico manager dipendente da sesso e peyote; gli altri incontri con Nathalie Portman, che verrà coinvolta da Fassbender in triangoli sessuali dove son tutte prostitute problematiche. O gli incontri col padre, dove dimostrerà tutto il pentimento per non aver accettato quel campo scout che poi è la sua famiglia, insomma, noi spettatori siamo l’occhio di Dio che in ogni dove si può insinuare per osservare la redenzione, le sofferenze, le mistificazioni dell’anima Giovane.

E tutto questo come se fossimo in perenne stato di ubriachezza, a causa del volteggiare inarrestabile della camera da presa. Persino nelle pieghe delle lenzuola delle mille estenuanti battaglie a letto dei protagonisti.

Il cast, compresi quelli non protagonisti (Cate Blanchett, Val Kilmer, Berenice Marlhoe o un inutile Val Kilmer) o i camei di vari artisti (terrificanti Iggy Pop e Patti Smith che fa il predicozzo sull’amore eterno) sembra gettato allo sbaraglio: fanno, dicono, prendono, mollano come se non avessero indicazioni registiche.

Un po’, mi ripeto, come molti spot pubblicitari giovanilistici che almeno servono proprio a enfatizzare e titillare la latente componente edonistica, non a stigmatizzarla con un bel po’ di ipocrisia. Vien da supporre in certi momenti che il regista abbia girato a casaccio e che poi abbia montato il film rappezzandolo con una storiella.

Spiace, spiace davvero: ma il maestro americano, il centellinatore di rari film pesati sul bilancino di una religiosità diffusa e legata alla natura, ha realizzato secondo me uno dei peggiori film della sua carriera e uno dei più brutti e noiosi film degli ultimi dieci anni. A livello, se non ancora peggio, dell’imbarazzante “To the wonder” e più bizzarro e risibile di “Brave new world” o “The tree of life”.

SONG TO SONG
(id., U.S.A. 2017, 126 minuti)
regia: Terrence Malick
con: Rooney Mara, Ryan Gosling, Michael Fassbender

Giovanni Natoli

Riproduzione Riservata.

 

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