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"Sei un finocchio!". Condannato amministratore dei tortellini Rana

“Sei un finocchio!”. Offesa o presa in giro bonaria che fosse, anche il giudice ha ritenuto che non sia espressione politically correct, tanto che ha condannato un amministratore della nota azienda “Rana” a risarcire un dirigente con sei mensilità.

E non si è trattato certo di un giudizio approssimativo: la causa è arrivata alla Corte di Cassazione.

Dire pubblicamente e ripetutamente “un finocchio” ha arrecato “concreto e grave pregiudizio alla dignità del lavoratore, nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione”.
Questa è la tesi con la quale la Cassazione ha respinto il ricorso di un amministratore del pastificio creato da Giovanni Rana, contro la sentenza, prima del Tribunale di Verona e poi della Corte d’Appello, che lo avevano condannato a risarcire un ex dirigente dell’azienda.

Secondo i giudici della Suprema Corte, tra il 2001 e il 2007 il dirigente ha pronunciato “ripetute offese” sulla presunta omosessualità del dirigente, il quale è stato stato sistematicamente apostrofato con il termine “un finocchio”, come testimoniato da alcuni colleghi.

Dopo la fine del rapporto di lavoro, il manager ha lamentato uno “stato di ansia e di stress” e “pregiudizio alla vita di relazione e alla dignità”.

In entrambi i gradi di giudizio al dipendente è stato riconosciuto un indennizzo pari alla retribuzione di sei mesi, ritenendo che il comportamento di Rana “esprimesse un atteggiamento di grave mancanza di rispetto e quindi di lesione della personalità morale del lavoratore”.

La difesa ha invece sostenuto che l’epiteto “un finocchio” fosse solo “espressione di un clima scherzoso nell’ambiente di lavoro” e che la mancata reazione del manager all’epiteto fosse “un riflesso della irrilevanza e inoffensività della condotta datoriale”.

La replica.
Il Pastificio Rana “ha sempre negato e continua a negare che il suo amministratore delegato abbia mai rivolto appellativi omofobi al suo ex dirigente: infatti, già nel 2010 in primo grado, il tribunale ha escluso qualsiasi condotta o atteggiamento persecutorio omofobo in capo all’azienda”. Lo sostiene l’azienda fondata da Giovanni Rana in relazione alla decisione della Cassazione sulle accuse di omofobia mosse da un ex dipendente.

“Inoltre le originarie accuse di mobbing, danni alla salute, mancati pagamenti di bonus e tfr avanzate dall’ex dirigente – sottolinea l’azienda veronese – sono state rigettate in primo grado, ne’ tantomeno appellate dallo stesso”.

L’ordinanza della Corte di Cassazione, viene aggiunto, “si basa solo su presunzioni desunte dalla testimonianza di altri due ex-dirigenti fuoriusciti dall’azienda, parti in causa di pregressi contenziosi con il Pastificio”.

Tutto il Pastificio Rana e i suoi amministratori si dicono “profondamente rammaricati dalla strumentalizzazione di una vicenda” che “nulla ha a che fare con il tema della discriminazione e
dell’orientamento sessuale”.

“Il Pastificio, con i suoi 3200 dipendenti in 52 Paesi nel mondo, rappresenta un esempio positivo di valorizzazione dell’unicità delle persone – conclude la nota – e ritiene l’eterogeneità forma imprescindibile di crescita culturale per tutta l’azienda”.

Riproduzione Riservata.

 

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