La scuola di Renzi è davvero “buona”?, il manifesto critico e stimolante di Sandra Ragionieri Scotti

ultimo aggiornamento: 14/08/2015 ore 19:23

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Cover La scuola di Renzi è davvero buona

Proprio in questi giorni verrà approvata o meno, la Riforma della Scuola, tema che da mesi si rincorre nei giornali, telegiornali ed è un po’ sulla bocca di tutti, ma di cosa si tratta veramente? Cos’è il progetto della “Buona Scuola”, tanto decantato dal premier Matteo Renzi? Per l’occasione, la casa editrice Dissensi, ha pubblicato il libro “La scuola di Renzi è davvero buona? La verità nascosta sotto il banco” (euro 9,90, pp. 114), della docente toscana Sandra Ragionieri Scotti.

Una riflessione pratica e personale, dedicata a tutti, questo saggio si fa manifesto di un pensiero che va al di là delle ideologie politiche, è critico, ma è soprattutto equilibrato, perché l’autrice, mettendo in evidenza i pro e i contro del documento Buona Scuola (settembre 2014), fornisce un’immagine chiara di come le istituzioni vedano il sistema scolastico.


Affidandosi ai sei punti salienti che il documento “Buona Scuola” tratta, l’autrice ha così elencato i perni e le debolezze di questa nuova proposta di legge. Da vent’anni a questa parte infatti, numerosi sono e sono stati, i cambiamenti legislativi riguardanti l’istruzione, ogni maggioranza governativa dà una propria soluzione riformatrice, ma poco spazio viene veramente dedicato a studenti, professori e dirigenti.

Ognuno dei capitoli del documento presi in esame dall’autrice, includono proprio i tre fruitori del sistema scuola e attraverso temi come il precariato degli insegnanti, la visione aziendale della scuola inclusa nella nuova Riforma e l’importanza della formazione ed alternanza lavoro/scuola per gli studenti, descrive a 360 gradi il panorama dell’istruzione del nuovo Millennio.

‘’Aiutare bambini, ragazzi e giovani a crescere, a tirar fuori il meglio di sé, ad apprezzare il fascino della scoperta, per diventare uomini e donne consapevoli oltre che del proprio sapere, dei diritti e dei doveri come cittadini e perciò liberi di fare le scelte che riguardano il loro futuro’’, questo è ciò che dovrebbe essere secondo Sandra Ragionieri Scotti la “Buona Scuola” e nell’intervista rilasciata per La Voce di Venezia, ha approfondito alcuni aspetti del suo pamphlet.


1)Com’è nata l’idea di questo saggio? Lo scopo è quello di far riflettere i politici, la gente comune e gli stessi docenti?

Ho lasciato la Scuola nel 2012, ma non ho mai abbandonato il mio interesse verso tutto ciò che la riguarda. Avevo già scritto articoli e documenti su temi di didattica e metodologia d’insegnamento, così ho pensato di dedicarmi alla scrittura di un libro centrato sulla mia esperienza d’insegnante e poi di preside, corredato di una parte più tecnica che affronta i temi che ritengo centrali per migliorare la qualità del nostro sistema scolastico. A settembre 2014, il mio libro era quasi terminato. L’annuncio da parte del Presidente Renzi dell’uscita del documento la “Buona Scuola”, mi ha stimolato a farne un approfondimento, che, inizialmente, avrei dovuto inserire nel libro. Strada facendo mi sono accorta che era opportuno tenere separati i due lavori.
E’ nato così il saggio critico La scuola di Renzi è davvero “buona” , su questo progetto di riforma del Governo in carica che, a mio parere, al di là degli annunci esaltanti, necessita di un’interpretazione accurata da parte di chi conosce veramente il mondo della Scuola, affinché tutti coloro che ne abbiano interesse, possano capire di che cosa veramente si tratta. In realtà, il mio libro non si limita a un’analisi della “riforma” in discussione, ma affronta temi legati alla qualità della Scuola, cui il documento e poi anche il Disegno di Legge, non hanno fatto il minimo riferimento. Insegnanti, presidi, genitori, studenti, sono il pubblico cui mi rivolgo. Amministratori pubblici e politici, se vorranno, potranno cogliere dalla lettura del saggio, un’occasione di riflessione.

2)Secondo lei potrebbe essere utile ritornare ad una tipologia di scuola come era qualche decennio fa? Sarebbe giusto riscoprire alcuni dei metodi d’insegnamento di allora?

Rispetto a qualche decennio addietro, la Scuola, non è in realtà molto cambiata. Una svolta, a mio parere non positiva, c’è stata con l’introduzione e poi l’impiego sempre più invadente dei test come strumenti di verifica dell’apprendimento. Si è preteso di ritenere che questi strumenti consentissero di adottare una valutazione oggettiva, cioè pervenire al voto delle prove, sommando aridi punteggi, non rendendosi conto di ciò che si stava perdendo dal punto di vista della formazione dello studente. Basta pensare che nella scuola superiore, molte materie, come ad esempio la Storia o la Filosofia o il Diritto, tradizionalmente considerate “orali”, sono verificate quasi esclusivamente attraverso test; le conseguenze sono tutte sul campo: lo sviluppo della capacità di argomentare, di esprimere opinioni, di arricchimento del lessico…, si riducono notevolmente e, conseguentemente, si riduce la dimensione formativa delle discipline.
Sui metodi d’insegnamento sarebbe necessario avviare, in modo serio e diffuso, piani di aggiornamento per tutti gli insegnanti, con un investimento finanziario da parte dello Stato adeguato alle necessità. Le cifre di cui si parla nel Disegno di Legge del Governo sono semplicemente irrisorie.

3)Come vede invece l’idea che possa avvenire uno scambio fra vecchio e nuovo? Per esempio docenti giovani che insegnino cose nuove a quelli con più esperienza ma con lacune innovative ed insegnanti con una carriera già avviata che diano consigli ai nuovi?

Nella mia esperienza ultra ventennale di preside di scuola superiore, che comprendeva l’Istruzione tecnica e il Liceo, non ho in realtà verificato da parte dei giovani insegnanti proposte e realizzazioni di esperienze didattiche innovative. Non mi pare che i percorsi universitari che i giovani insegnanti seguono per cercare di garantirsi un posto di lavoro nella Scuola, siano ben calibrati e funzionali a migliorare le capacità d’insegnamento degli aspiranti docenti. Una riflessione seria sul disegno culturale che lo Stato dovrebbe fare sulla funzione della Scuola, dovrebbe portare anche a reimpostare programmi e organizzazione della formazione iniziale dei docenti e l’Università dovrebbe adeguare le proprie proposte formative.

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