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mercoledì 23 Giugno 2021

Riforma del diritto del lavoro: dal progetto di legge Loi El Khomri (loi travail) in Francia al Jobs Act in Italia

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Riforma del diritto del lavoro: dal progetto di legge Loi El Khomri (loi travail) in Francia al Jobs Act in Italia

L’efficienza neoliberale globale, attraverso i parlamenti nazionali, ormai sempre di più «sul libro paga» della finanza mondiale, sta cercando di «ridisciplinare» la «forza-lavoro» riportandola al livello di mera sussistenza (orari di lavoro elevati, costo del lavoro al prezzo della mera sopravvivenza materiale del dipendente, riduzione di ogni garanzia). Infatti, l’apertura dei mercati mondiali richiede, nel lungo periodo, un livellamento dei salari a livello planetario e una loro convergenza verso livelli prossimi alla mera sussistenza fisica del lavoratore. Infatti, solo così possono venire garantite l’elevata competitività in termini di prezzi delle merci e dei servizi in un mercato globale e la massima rendita del capitale transnazionale.

Queste sono le reali forze che spingono, attraverso un «magico» gioco di lobby, i parlamenti di tutto il mondo verso la deregolazione, la liberalizzazione, la competizione. Tuttavia, come aveva intuito il grande John Maynard Keynes, in questo modo la crisi viene semplicemente aggravata giorno dopo giorno e non risolta.

I Francesi, ieri come oggi, stanno dimostrando una notevole forza morale e di mobilitazione politica nel cercare di fronteggiare le forze oscure della mondializzazione, anche con riferimento alla proposta di legge di riforma del loro codice del lavoro.

Tuttavia, lo scopo di questo articolo non è lodare il popolo francese, ma rispondere a una semplice domanda: perché sono le «sinistre riformiste» a spingere così tanto per riformare il diritto del lavoro? Infatti, da alcuni anni in tutto il mondo appaiono dei bei «visini» puliti, rassicuranti, politicamente corretti, riformisti, moderati, «di sinistra» che spiegano che non si deve avere paura di questo processo, che le riforme del diritto del lavoro sono necessarie e inevitabili, che si deve accogliere a braccia aperte i migranti, che la crisi è temporanea, che la globalizzazione è bella.

Renzi, Boschi, Serracchiani, Hollande, Valls, Obama, Clinton, ovunque la «sinistra riformista» è all’avanguardia in questo processo. Perché è così?

Ogni classe genera l’ideologia che serve i propri interessi materiali e che ne assicura la propria perpetuazione. La «sinistra riformista» (PD da noi e partiti equivalenti in Europa, ma anche più in generale tutti i partiti «moderati» figli del politicamente corretto) rappresentano «il precipitato» dell’ideologia del grande capitale (mercati aperti senza regole e valori, società aperta senza «discriminazioni» siccome ciò assicura la massima rendita del capitale -non certo per idealismo-).

Quali cittadini si identificano in tali valori?

Sicuramente coloro che non temono concorrenza, miseria e instabilità economica e che «scaricano» sugli altri i costi sociali e umani del neoliberalismo.

Chi sono questi soggetti «in soldoni»?

I vertici reali dell’economia reale (famiglie potenti, grandi azionisti, ceto manageriale di livello medio-alto) ovverosia la «nuova aristocrazia» che non ha più una rappresentanza privilegiata negli Stati Generali come nella Francia del Settecento per «diritto divino», ma ha i capitali per acquistare i «partiti di massa», gli intellettuali, i sindacati e i mezzi di informazione. Essi sono i «padroni» della classe politica dominante che vediamo in TV. Dietro i governi occidentali «sussurrano» tali forze, mentre il vociare del popolo è molto più lontano.

A questa ceto «aristocratico» si unisce la media-piccola «borghesia» -intesa come classe intermedia- economicamente sicura (dipendenti pubblici, lavoratori con contratti di lavoro «vecchio stampo» – ad esempio, dipendenti di banche e assicurazioni ecc-, spesso prossimi alla pensione ecc). Un’altra sezione del ceto medio, la borghesia imprenditoriale, produttiva e non parassitaria, difficilmente si identifica in tali valori.

Perché la nuova «sinistra riformista» piace a questo gruppo sociale oggi dominante?

Per due motivi: non ha valori se non l’utile a livello economico e il totale individualismo-egoismo di tipo libertario a livello morale. Un concetto deve essere chiaro: ogni imperativo categorico (morale, religioso, politico ecc) è un limite al processo di accumulazione del capitale su scala mondiale.

Ad esempio, immaginiamo un governo che cerchi di ridurre la concorrenza sleale cinese: esso diventa «razzista», «xenofobo» e «intollerante» per la stampa dominante. Così ogni tentativo di bloccare i flussi migratori espone a pesanti critiche i partiti che cercano di adoperarsi per gestire situazioni insostenibili.

Si deve inoltre meditare sul seguente fatto: la moderna «aristocrazia» occidentale -potenti famiglie e grandi azionisti- è ormai composta in misura crescente da esponenti del mondo islamico e dallo Stato cinese stesso. Sono diventato pazzo? No, controllate voi stessi le partecipazioni azionarie di emiri e sceicchi e dello Stato cinese in molte grandi aziende e banche occidentali. Di conseguenza, è assolutamente normale che i media (sul «libro paga» di tali forze economiche) tentino di far sentire «in colpa» l’europeo se vuole essere troppo europeo e poco propenso all’integrazione dell’altro (e alla propria disintegrazione).

Esempio concreto: al nuovo ceto benestante di «sinistra» dà sommamente fastidio il «razzismo», «l’intolleranza» contro l’Islam, il fatto che il proprio cane idiota e infiocchettato non possa entrare in supermercato, le prediche del bigotto e «ormai per definizione sempre pedofilo» sacerdote cattolico, «l’intolleranza» contro «il diverso». Come sarà «dolce», per i discendenti di tali soggetti, scoprire la grande tolleranza e apertura delle culture che cercano a tutti i costi di integrare oggi, disintegrando la nostra!

In questo contesto, un’ultima domanda sorge spontanea: perché oggi la «sinistra estrema» (i vecchi comunisti) non ha la capacità di polarizzare le masse nonostante la miseria crescente?

Perché essa ha condotto e sta conducendo battaglie del tutto fuorvianti, inconsapevolmente anche nell’interesse del grande capitale transnazionale. Concentrare la battaglia sul terreno delle «libertà civili» (del tutto secondarie rispetto ai grandi problemi del Paese) e dell’immigrazione (indebolendo indirettamente il fronte dei lavoratori nazionali) ha significato alienarsi le simpatie della gran parte della classe lavoratrice e della popolazione generale.

Se tali movimenti non sapranno tornare alla loro identità di classe, saranno schiacciati tra incudine e martello. Non «ammanicati» sufficientemente con i poteri forti dell’industria e della finanza (che preferisce i partiti più «moderati») e percepiti con crescente ostilità dalla popolazione generale, tali partiti rischiano di auto-relegarsi al ruolo di associazioni culturali che si riuniscono per celebrare «la ritualistica commemorativa» dei crimini del Nazifascismo (ma senza rendersi conto che i protagonisti di quei fatti ormai sono praticamente tutti morti mentre oggi i governi «moderati» sono infinitamente più pericolosi di dittatori morti circa settant’anni fa). All’italiano medio di oggi interessa ben poco sapere come abbiano reagito i tedeschi in via Rasella nel 1944. Ed è giusto che sia così! Il padre e la madre di famiglia di oggi si preoccupano se la loro figlia avrà un lavoro e un futuro oppure se dovrà vivere di stenti, emigrare o prostituirsi per sopravvivere!

Per ora il benessere accumulato dalle precedenti generazioni sotto forma di patrimoni, pensioni e buoni salari, garantisce la pace sociale. Ma quando questo benessere verrà riassorbito (rectius tornerà al grande capitale) sotto forma di imposte, tasse, tassi di interesse su crediti, canoni di locazione e bollette (non più coperti da rendite, salari, pensioni, compensi adeguati), sarà evidente che i bei visi politicamente corretti della «sinistra riformista» da Renzi a Serracchiani o della Merkel (per passare a una persona di «destra») dovranno lasciare il posto a qualcos’altro per «tenere insieme» una società miserabile, povera, precaria, degenerata. Inoltre, l’europeo medio vedrà progressivamente ergersi attorno a lui un mondo sempre più disordinato, caotico, pezzente e con crescenti conflittualità etniche e religiose.

Pertanto, non temo di affermare che ci sarà un’involuzione autoritaria in Occidente nei prossimi decenni in quanto i processi di accumulazione del capitale su scala mondiale non potranno più trovare nelle «democrazie occidentali» un referente stabile. Anche per questo i ceti dominanti preferiscono aumentare, fin da ora e a ogni costo, i flussi migratori: divide et impera. Una popolazione divisa culturalmente, etnicamente, storicamente non ha la capacità auto-organizzativa «dal basso» (anche di tipo rivoluzionario) che ha una moderna e compatta nazione occidentale come la Francia o la Germania.

Le rivoluzioni sociali come quella francese, americana o russa sono impossibili in ambienti troppo cosmopoliti, variegati, non compatti etnicamente e culturalmente. A chi solleva l’obiezione che la Russia del 1917 era un impero multietnico, replico che è un’argomentazione inconferente siccome il processo rivoluzionario si concentrò nell’area europea attorno alle grandi città, soprattutto San Pietroburgo (dunque in aree compatte culturalmente ed etnicamente). Nessuna rivoluzione si sarebbe mai sviluppata nell’area asiatica/islamica dell’Impero, soprattutto per l’impossibilità di unire sotto un’unica ideologia molteplici popoli con lingue, culture, religioni differenti.

Dunque, in estrema sintesi per il capitale transnazionale la situazione ideale è rappresentata dalle seguenti condizioni:
1) avere un lavoratore cinese, uno italiano, uno russo, uno di religione musulmana (in competizione tra loro per un salario che garantisce la loro mera sussistenza fisica);
2) avere al governo dello Stato «un partito di sinistra riformista» o comunque «moderato» democraticamente eletto (ma i cui vertici sono ampiamente cooptati dai poteri forti di industria, banca e finanza) e che predica «pace e integrazione»;
3) avere dietro tutto questo una rete di poteri economico-politici sovrannazionali spersonalizzati come l’UE.

Queste sono le migliori garanzie che lo status quo sostanziale rimarrà lo stesso, in quanto le divisioni etniche, linguistiche, culturali renderanno estremamente difficile la creazione di una unità del fronte dei lavoratori. Le riforme (in senso peggiorativo per i lavoratori) potranno essere varate in modo indisturbato. Qualsiasi movimento politico che tenti di scardinare questo sistema diventerà intollerante, razzista, retrogrado o comunque estremista, mentre la miseria, il precariato, la dissoluzione materiale, morale e ideale avanzeranno giorno dopo giorno. Il benessere accumulato dalle precedenti generazioni, inoltre, impedisce al momento una reale rottura rivoluzionaria del sistema e consente a questo processo perverso di continuare indisturbato per decenni fino alla completa dissoluzione fisica ed etica del nostro mondo.

Nei prossimi articoli approfondiremo ulteriori aspetti di queste tematiche a partire dal concetto di sovranità popolare.

Avv. Gianluca Teat | 11/06/2016 | (Photo d’archive) | [cod rifola]

Potete contattarmi via e-mail all’indirizzo gt.teat@gmail.com oppure attraverso il mio profilo Facebook Avv. Gianluca Teat o visitare il mio sito internet http://licenziamentodimissioni.it/index.html

Data prima pubblicazione della notizia:

Una persona ha commentato

  1. Devo fare ancora una volta i vivissimi complimenti all’Avvocato per la fotografia chiara, precisa, dal linguaggio asciutto ma raffinato, estremamente efficace, del mondo in cui viviamo. Ignavia, e forse una certa miopia, ci portano a non mettere ben a fuoco i pericoli futuri. La rapacità della finanza mondiale, i mutamenti sociali che investono l’Europa costituiscono una seria minaccia per l’esistenza della nostra società. E’ auspicabile che vi sarà spazio per una rivoluzione e che il tentativo di far rivivere il principio divide et impera si riveli effimero. Secondo questo criterio Stalin disegnò i confini (artificiali) dell’ex URSS, ma non tardò il tempo in cui con la disgregazione di quest’ultima gli Stati successori multietnici furono 8e lo sono ancora oggi) afflitti da tumulti etnici e minacce secessioniste.

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