Quel maledetto «Like» su Facebook! Come un semplice click può mettere in crisi il rapporto di lavoro

Con la recentissima Ordinanza 19 maggio 2016 n. 246, il TAR Lombardia, Sezione Terza, ha assunto una decisione destinata a far riflettere sulla delicata tematica relativa all’utilizzo di Facebook da parte dei dipendenti.

Il caso: un agente di polizia penitenziaria è stato sospeso con decreto dal Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per avere messo un «Like» su Facebook con riferimento alla notizia del suicidio di un detenuto all’interno del carcere in cui lo stesso prestava servizio, in quanto tale condotta poteva «comportare un danno all’immagine dell’Amministrazione».

Il Tar Lombardia, con ordinanza 19 maggio 2016 n. 246, ha respinto l’istanza cautelare dell’agente che domandava l’annullamento del predetto decreto, confermando così (anche se ancora in via cautelare) la legittimità del provvedimento di sospensione disciplinare adottato dal dirigente.

Tale pronuncia riguarda un dipendente pubblico «non contrattualizzato» (da cui deriva la giurisdizione del Giudice Amministrativo). Infatti, si ricorda che magistrati, procuratori e avvocati dello Stato, personale della carriera prefettizia e diplomatica, militari e dipendenti

Diritto del Lavoro, a cura dell’Avv. Gianluca Teat

delle forze dell’ordine sono ancora sottoposti alla giurisdizione del Giudice Amministrativo. Questo tipo di personale, in quanto partecipa all’esercizio di funzioni sovrane dello Stato, è soggetto a un regime giuridico completamente diverso da quello previsto per la generalità dei dipendenti pubblici (ad esempio impiegato ministeriale o comunale che ormai, sotto molti profili, sono soggetti alla stessa disciplina dell’impiego privato).

Risulta evidente che un dipendente pubblico (sia in regime di diritto pubblico -ad esempio un magistrato- che contrattualizzato -ad esempio un impiegato comunale-) dovrebbe tenere una condotta irreprensibile a livello morale e intellettuale anche per tutelare indirettamente l’immagine della Pubblica Amministrazione. Di conseguenza, la sopramenzionata decisione del TAR Lombardia appare più che salomonica.

Tuttavia, cosa potrebbe accadere nell’ipotesi di un dipendente di un’impresa privata?

Immaginiamo il caso di un lavoratore di un’azienda che commenti con un «I like» dei post contenenti affermazioni che incitano all’odio, alla violenza o che costituiscano veri e propri reati di diffamazione a mezzo stampa.

Astrattamente parlando anche un’impresa potrebbe vedere pregiudicata la propria immagine da un simile dipendente, specialmente se quel lavoratore ha una posizione apicale, rappresenta il datore di lavoro nei confronti dei clienti (o più genericamente dei terzi). Immaginatevi, ad esempio, il caso di una catena di supermercati all’interno della quale un manager di un punto vendita commenti con degli «I like» dei post quali «bisogna fucilare tutti i comunisti o tutti i fascisti» o delle ingiurie irripetibili rivolte ai nostri governanti (ce ne sono decine di migliaia su internet!). Che immagine potrebbe dare ai clienti del supermercato?

In casi simili, non è escluso che si possa giungere persino al licenziamento per giusta causa. Fattori quali la gravità e la frequenza del fatto, il danno che è derivato all’immagine aziendale, le ripercussioni sulla clientela, la posizione del dipendente all’interno dell’organigramma aziendale saranno tutti elementi valutabili dal giudice in sede di impugnazione del licenziamento. Il diritto non è una scienza esatta e va sempre analizzato il singolo caso concreto.

In conclusione, si consiglia sempre grande prudenza con riferimento ai commenti su Facebook e all’utilizzo dei «Like». Sopratutto meditate sull’utilità di tali commenti!

Avv. Gianluca Teat

Potete contattarmi anche via e-mail avv.gianluca.teat@gmail.com o interagire con il mio profilo Facebook Avv. Gianluca Teat

25/05/2016

Riproduzione vietata

Una breve nota per far riflettere il lettore: Facebook è il più «grande monumento» a Narciso che sia mai stato creato al fine di scongiurare l’ipotesi che la volontà di contestazione «si traduca» in qualcosa concreto e di reale. Infatti, su Facebook ognuno si specchia (e dunque appaga il proprio ego) in ciò che gli piace, arrivando a livelli di turpiloquio/maleducazione difficilmente raggiungibili nella vita reale. Tuttavia, ottenuta questa sterile soddisfazione psicologica, «tutto finisce là», mentre le «tracce» del proprio pensiero rimangono pubbliche per anni con tutte le loro conseguenze giuridiche.

«La révolution est une idée qui a trouvé des baïonnettes» diceva il grande Napoleone, non è un’idea che ha trovato Facebook o un blog come immaginano alcuni movimenti politici attuali. Rovinarsi la reputazione con degli «I like» fuori posto non cambia di certo il mondo e rischia solo di ritorcersi contro di voi (anche a livello lavorativo). Se proprio volete cambiare il mondo, iniziate a leggere le biografie di Robespierre, Mazzini, Blanqui o Lenin e vi accorgerete di quanto è difficile tale impresa e soprattutto di quali e quanti rischi si corrono!

Una persona ha commentato

  1. Non sapevo si arrivasse a quel punto, in parte lo capisco…ma alla fine non sarebbe toglierci la possibilità di esprimerci? Cioè come una chiacchierata tra amici al bar, ma che con i tempi che corrono abbiamo sempre meno tempo per vedere le persone, ma lo fai con tante altre… Ovviamente mostrandoti nel posto di lavoro come una persona che rispecchia i principi aziendali…
    Adesso però mi sa che mi tocca scrivere un nome diverso… Perché capendo quando è difficile fare una rivoluzione capisco che non avrei il coraggio per farla…

Lascia un commento alla notizia che hai appena letto (nessuna registrazione necessaria)

Please enter your comment!
Please enter your name here