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Protocollo Cazzaniga, le morti sospette in ospedale, la direzione sapeva: era ricattata

Gli amanti, il medico e l’infermiera, che si ritengono ‘angeli della morte’, infermieri che sapevano, morti sospette in corsia, parenti eliminati con piani da serial killer: c’è tutta la trama di un film thriller in questa squallida storia dell’ospedale di Saronno. Una trama che si evolve sorprendendo in continuazione: ora spunta anche una dottoressa che avrebbe minacciato la direzione di rivelare la verità se non veniva assunta.

Sono sette gli infermieri dipendenti dell’ospedale di Saronno (Varese) che hanno ammesso di aver sentito parlare del “protocollo Cazzaniga”, applicato ai pazienti del Pronto Soccorso di Saronno dal medico anestesista Leonardo Cazzaniga, arrestato martedì per quattro presunti omicidi in corsia, una volta interpellati dai carabinieri di Saronno.

Secondo quanto rilevato dagli investigatori che, coordinati dalla Procura di Busto Arsizio, hanno ricostruito il presunto agire omicidiario del medico in pronto soccorso (e poi anche il presunto concorso nell’omicidio del marito della compagna e infermiera Laura Taroni, anche lei arrestata), la direzione
sanitaria non aveva dato ascolto a due infermieri che avevano fatto presenti anomalie nel modo di lavorare di Cazzaniga. Altri invece, forse per timore, avrebbero taciuto.

Ma la direzione sapeva, a quanto pare, sapeva bene… tanto da ‘coprire’ le malefatte. racconta il Corriere.
La storia si scopre nella richiesta di misure cautelari firmata dai magistrati Maria Cristina Ria e Gian Luigi Fontana.
La dottoressa Sangion è indagata per falso ideologico in atto pubblico perché sospettata di aver aiutato Laura Taroni a falsificare le analisi del sangue del marito.

Quando la dottoressa Sangion riceve l’avviso di garanzia, il primario Nicola Scoppetta le suggerisce la linea difensiva da tenere durante l’interrogatorio: «Succede che si faccia una cortesia a un collega e quindi si faccia degli esami al marito anche se non è presente». Ma la donna è furibonda e rivela che se i vertici ospedalieri non l’aiuteranno avviserà «i parenti dei pazienti morti che un medico del reparto li ha ammazzati». L’interrogatorio è fissato per l’11 giugno 2015.

Due giorni prima l’azienda si muove e la rassicura. Il direttore di presidio Paolo Valentini le manifesta l’intenzione di assumerla, nonostante l’avviso di garanzia. Il primario Scoppetta la chiama dopo il colloquio: «Stiamo preparando il bando di concorso per rinnovarti l’incarico». Eppure il tempo passa e il 21 agosto la dottoressa torna alla carica. A ottobre viene organizzato un concorso ad hoc, e lei viene assunta.

La vicenda non è oggetto di contestazione penale, ma rivela piuttosto un malcostume che, secondo le accuse, serve anche a non far trapelare informazioni e a difendere il nome dell’ospedale.

 
ASSOCIAZIONE LA VOCE DI VENEZIA 5X1000
 

Redazione

01/12/2016

Riproduzione Riservata.

 

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