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Pieces of a Woman, emozioni che non lasciano indifferenti

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All’interno dell’offerta Netflix possiamo trovare il primo lungometraggio del regista romeno/ungherese Mundruzcò, classe 1975, che durante la scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha fruttato la coppa Volpi alla protagonista Vanessa Kirby.
E davvero la Kirby è una delle carte vincenti di questo dramma invernale che analizza il percorso di una maternità interrotta.
“Pieces of a woman” si può definire un viaggio all’interno di una donna il cui percorso è una lenta elaborazione di una perdita ma anche maturazione di un giudizio e presa di coscienza nei confronti del passato.
Ci sono diversi temi affrontati all’interno di un film che appare lineare, almeno in linea temporale.
Scandito da siparietti in cui assistiamo al ghiacciare del Charles River di Boston, durante il progredire della narrazione sfioriamo temi come la morte, l’olocausto, la crisi di una coppia, le relazioni genitoriali, le differenze sociali e la maternità.
E soprattutto quest’ultimo tema è la cosa notevole del film: perché i primi venti minuti della pellicola sono il piano sequenza completo del parto in casa di Martha.
A livello di cinematografia c’è di che esaltarsi. La resa in tempo reale, con la macchina da presa capace

di districarsi nella danza tra doglie, parto e ciò che ne consegue è di primissimo livello. Ci son volute quattro takes senza interruzioni per portare a casa il risultato; e il concerto di riprese e interpretazioni è sublime. Sembra di stare dentro la scena, con l’illuminazione soffusa, il ricercare dei dettagli importanti, ciò che si può mostrare e non mostrare.
È un momento talmente riuscito da, in parte, ammorbidire la temperatura del prosieguo del film, che si assesta su una messinscena sempre di qualità e capace di creare empatia con lo spettatore specie durante i vagabondaggi umani e intimi di Martha, ma di risultare talvolta un po’ prevedibile se non a tratti affannata.
Con questo non si vuol dire che il film sia non riuscito; lo annovererei nella lista dei film “Buoni”.
Oltre alla Kirby, che dopo la serie “The crown” afferma il suo talento con una recitazione ora rarefatta ora appassionata e che emana fascino grazie anche a una bellezza “comune” ma speciale, abbiamo il Sean, il marito, di Shia LaBoeuf (attore ormai confermato) e, ça va sans dire, Ellen Burstyn, grande interprete

ricordata soprattutto per “Alice non abita più qui” di Martin Scorsese (che, fatalità, è uno dei produttori esecutivi di questo film).
A mio parere alla pellicola di Mundruzcò mancano un po’ di spalle forti e forse un po’ di umiltà; abbiamo un incipit memorabile che però, scorrendo la pellicola, fa pensare quasi a un ottimo assolo in una composizione di non pari livello.
Vorremmo ritrovare la forza di quella scena più e più volte ma, nonostante altri piani sequenza presenti nel film e una fotografia all’altezza della situazione, non ci riusciamo. E ogni tanto si cade o nel risaputo (la narrazione speculare dei due protagonisti mentre si lasciano andare) o a trovate più melodrammatiche che plausibili (le fotografie di Sean in camera oscura o i semi di mela).
Ma, pur con queste riserve, siamo comunque davanti a un film che vale la pena di essere visto; soprattutto quando alza il tiro e si concede ellissi poetiche non afflitte da una sceneggiatura sì di buon livello ma non sorprendente. Forse si poteva andare più a briglia sciolta ma alla fin fine si portano a casa un po’ di emozioni che non lasciano indifferenti. E la performance di un’attrice che ha molte frecce al suo arco per distinguersi tra altri colleghi.

PIECES OF A WOMAN
(2020, U:S:A:, Canada)
regia: Kornél Mundruczò
con: Vanessa Kirby, Shia LaBoeuf, Ellen Burstyn

Giovanni Natoli

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Giovanni Natoli
Giornalista e critico cinematografico. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, pubblica le sue recensioni sulla rubrica 'Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico'.

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