“Giorno della Memoria”. Lo ricordiamo con le parole dell’ultimo libro di Andreina Corso

ultimo aggiornamento: 28/01/2015 ore 09:07

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Oggi “Il Giorno della Memoria”. Riteniamo appropriato ricordarlo pubblicando in anteprima alcune pagine dell’ultimo libro di Andreina Corso, giornalista e scrittrice oltre che nostra amica di redazione.

Una celebrazione sobria come l’occasione richiede, che puo’ trarre spunti di riflessione dalle parole di Andreina, delicate e gentili come sempre, ma che sanno arrivare in profondità. Il nostro messaggio discreto, per non dimenticare.

nazisti seconda guerra mondiale LARGE


Da “Il mio nome è vecchia” nella Giornata del Ricordo

Nina è impegnata a cercare maglioni caldi nel suo armadio, sceglie quello nero con le mimose e io tremo, sudo, non so che fare. Nina mi osserva e mi spiega che quella famiglia di ebrei che visitava quando era bambina, su ordine del nonno, aveva paura, quando lei bussava alla loro porta. “Sai, io entravo e loro indietreggiavano, ricordo che le scarpe rimanevano sotto il tavolo, come non volessero far vedere i piedi. Sì, i piedi, le scarpe sono importanti quando devi fuggire, era come se da un momento all’altro sapessero di dover correre, si mettevano in posa, quasi a provare continuamente il momento della fuga. Solo la madre restava ferma dov’era. E indossava ciabatte di panno nero. Si capiva che ormai il suo compito le era chiaro. Nel caso fossero arrivati i tedeschi, lei per prima si sarebbe offerta, permettendo al resto della famiglia di scappare dalle finestre sul retro. A volte i nazisti mostravano una specie di lettera e dicevano che era un ordine, le ordinanze, appunto. Le chiamavano regole gli abusi e la crudeltà, quei vigliacchi. Nina adesso è pervasa dal ricordo, è rossa in viso mentre riaffiora in una reminiscenza ferrea e senza esitazione.

“Quelli” camminavano con passo deciso, feroce – io indossavano scarpe di tela blu, con i lacci bianchi. Solo Ester calzava un paio di mocassini in pelle con il tacco. Voleva mantenerla quell’ambizione, quella cosa che si chiama paio di scarpe e che nell’indossarle le regalavano l’idea che potessero essere calzate in modo diverso, in altri momenti, fuori dall’incubo del passo penetrante di quelli là. Ester era una ragazza fiera e i suoi occhi neri brillavano come pece bagnata dalla nebbia e illuminata dalla luna. Inoltre amava ed era riamata. Si chiamava Isacco il suo ragazzo. Era biondo, alto e magro come un giunco. A volte ballavano, avvicinando i loro corpi, scambiandosi l’anima e la gioia, a volta ballavano, stringendosi forte l’un l’altra, perché la paura, la minaccia, la violenza filtravano fra le pieghe dei loro corpi ed erano sempre lì, a pulsare sulle tempie, anche quando la musica tentava di coprirle, di respingerle, di imporsi.


Qualche volta li ho visti avvolti in una musica che non ti saprei descrivere, un suono d’armonica, quasi un pianto, un filo tremulo di note incerte e timide nel mostrarsi, sembravano due gattini che si cercano quando la mamma non c’è, i volti affondati fra il collo e la spalla, luoghi sicuri e segreti capaci di raccontare con il loro calore storie di fughe e libertà. Ad occhi chiusi era possibile, la musica era un treno, un treno vuoto, abitato solo dai due ragazzi, rotaie come nuvole che conducevano in fondo, verso l’orizzonte ferito ma non piegato dal male, libero e trasparente nel suo fiero silenzio. Zitti e aggrappati al filo della paura ascoltavano il suono dei loro respiri, non era più tempo di chiedersi il perché di quella persecuzione atroce che li costringeva a vivere come topi nella tana”. Improvvisamente Nina si fa catturare dal ricordo di quella atmosfera, una penombra punteggiata da zampilli di luce che le imposte non riuscivano a trattenere, fori contaminati da pulviscoli nebbiosi di polveri rassegnate.

Eppure in quella stretta, la voce di Ester rassicurava il tempo e per meglio spiegarsi con il suo ragazzo gli parlava di sé di lui, dicendo che la loro esistenza sarebbe stata sempre la cosa più vera. “Ci guardano come i protagonisti di una commedia, non si sono accorti che siamo semplici comparse. Non potranno mai farci sparire, anche se ci arrestano a migliaia, noi rimaniamo, vedi, lo vedi anche tu che ci siamo. Assomigliamo alla parola, pensa a come resiste al tempo una frase pronunciata o anche solo pensata. Lo leggiamo con forza, lo mangiamo con gli occhi un pensiero che sa resistere al tempo. Pensa agli antichi a Ulisse, alle sue traversie, al suo cane, Argo che sa morire per l’emozione di aver ritrovato il suo padrone. Un cane muore per amore. Un uomo ti uccide per odio e non sa neanche perché lo fa… “.

andreina corso

[27/01/2015]

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4 persone hanno commentato questa notizia

  1. Ester e Isacco, è come se li avessi visti veramente, mentre ballavano e cercavano di superare la paura.
    Sinceramente non so se riesco a capire la paura di quel tempo disgraziato, ma sento che forse dovrei cercare di conoscere, di saperne di più, per poter dire ai miei figli che tutto questo non deve succedere, che devono lottare per le cose giuste della vita.

  2. 27 Gennaio…per non dimenticare

    “C’è un paio di scarpette rosse
    numero ventiquattro
    quasi nuove:
    sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
    Schulze Monaco
    c’è un paio di scarpette rosse
    in cima a un mucchio di scarpette infantili
    a Buchenwald
    più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
    di ciocche nere e castane
    a Buchenwald
    servivano a far coperte per i soldati
    non si sprecava nulla
    e i bimbi li spogliavano e li radevano
    prima di spingerli nelle camere a gas
    c’è un paio di scarpette rosse
    di scarpette rosse per la domenica
    a Buchenwald
    erano di un bimbo di tre anni
    forse di tre anni e mezzo
    chi sa di che colore erano gli occhi
    bruciati nei forni
    ma il suo pianto lo possiamo immaginare
    si sa come piangono i bambini
    anche i suoi piedini
    li possiamo immaginare
    scarpa numero ventiquattro
    per l’eternità
    perché i piedini dei bambini morti non crescono
    c’è un paio di scarpette rosse
    a Buchenwald
    quasi nuove
    perché i piedini dei bambini morti
    non consumano le suole.
    (Joyce Lussu)

  3. Cara Andreina ho commentato un paio di volte ma non so’ se la mia risposta è in fase di pubblicazione o non è andato in porto il mio commento. Nel dubbio volevo farti sapere che il tuo articolo oltre che piacermi tantissimo non è passato di certo inosservato e che ti penso,”osservo” e apprezzo sempre e tanto 🙂 🙂

    Spero comunque che il mio commento verra’ pubblicato altrimenti riprovo a pubblicarlo.
    Bravissima come sempre 🙂

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