Nuovo virus cinese: il punto alla mezzanotte

ultimo aggiornamento: 29/01/2020 ore 13:04

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Nuovo virus cinese: sono 132 i morti alla mezzanotte di martedì.

Il “demone” del coronavirus, come è stato ribattezzato da Xi Jinping, ha portato a 132 il numero dei morti in Cina.

Una corsa finora a strada spianata per l’infezione che ha fatto raddoppiare i contagi in 24 ore, costringendo le autorità di Pechino a chiudere scuole e università sine die.

In questo clima di crescente preoccupazione gli altri paesi, Italia compresa, stanno predisponendo i rimpatri dei connazionali, ma con tempi e modi ancora abbastanza confusi. I governi sembra si attrezzino autonomamente ma poi pare che serva il nulla-osta di Pechino.

Intano, dopo quasi un mese dall’inizio dell’epidemia, la Cina è si chiude sempre in un isolamento dal resto del mondo.

Questo anche perché, oltre alla quarantena già in atto per decine di milioni di persone, attorno all’epicentro di Wuhan, il governo ha consigliato a tutti i cittadini di evitare i viaggi all’estero, per garantire la loro “salute e sicurezza” ma anche quella degli stranieri.

Hong Kong ha bloccato i treni e i traghetti diretti verso la terraferma, e gli Stati Uniti stanno valutando restrizioni per i viaggi da e verso la Cina, mentre Londra ha sconsigliato “tutti i viaggi non necessari” nel Paese.

Le persone infette sono ormai oltre 4.500 ed il tasso di diffusione – ogni malato può contagiarne altri 2,6 – ha livelli simili a quelli di altre importanti epidemie come la Sars e l’influenza del 2009, secondo stime di ricercatori britannici che collaborano con l’Oms. E bisogna ancora chiarire i casi degli infetti pur senza sintomi.

Anche sul picco le stime di previsione divergono tra i prossimi giorni giorni e i prossimi mesi. Tra tutti questi rebus, i ricercatori sono impegnati per realizzare un vaccino.

Sono scesi in campo anche gli americani nella ricerca, che però hanno già avvertito che si tratterà di un “processo lungo e incerto”.

Nel frattempo, i cinesi hanno selezionato 30 farmaci esistenti da testare.

L’Oms, dopo aver alzato il livello di allerta a livello globale, ha invitato alla “calma” la comunità internazionale, plaudendo agli sforzi profusi dal governo cinese.

I numeri del contagio negli altri Paesi, in effetti, rimangono ancora relativamente contenuti rispetto a quelli registrati in Cina: una cinquantina, in 8 paesi dell’Asia, Canada, Stati Uniti, Australia, Giappone, Francia e Germania.

Ma il caso tedesco, il primo nel paese, alimenta le preoccupazioni sulla resistenza del virus alle lunghe distanze. Perché si tratta del primo contagio da uomo a uomo sul suolo europeo, il terzo fuori dalla Cina, oltre a quelli registrati in Vietnam e Giappone.

Il 33enne tedesco che si è ammalato è un impiegato in un’azienda automobilistica della Baviera, in contatto con un collega rientrato dalla Cina, che tra l’altro non presentava i sintomi del coronavirus.

In Francia, inoltre, è stato segnalato un nuovo caso, il quarto: un anziano turista cinese proveniente da Hubei in gravi condizioni.

In questa fase dell’emergenza i vari Paesi si stanno attrezzando per far rientrare i propri connazionali, ma al momento sembra che ognuno proceda per conto suo.

Gli Stati Uniti nei loro piani avrebbero già dovuto far rimpatriare i mille americani di Wuhan, ed anche il Giappone è pronto da giorni, ma nessuno al momento ha lasciato la Cina.

Quanto all’Ue, ha attivato il meccanismo di protezione civile e cofinanzierà il trasporto aereo di coloro che volessero essere rimpatriati.

Un primo volo decollerà da Parigi domani e dovrebbe imbarcare 250 francesi, altri 100 cittadini di altre nazionalità salirebbero su altro aereo in settimana.

Anche una settantina di italiani si trovano nell’area di Wuhan, ma non è chiaro se faranno parte della seconda spedizione, qualora decidessero di lasciare la Cina, oppure se andranno via con un volo organizzato dal governo italiano.

“Stiamo facendo il massimo per fare il prima possibile”, ha spiegato il capo dell’Unità di Crisi della Farnesina Stefano Verrecchia, chiarendo che per attivare questo tipo di trasferimento “ci sono ancora procedimenti da attuare che non dipendono interamente da noi”, riferendosi alla necessaria autorizzazione delle autorità cinesi, che ancora non è arrivata.

Intanto, sul fronte dei contagi, occorre registrare il dato statistico sfavorevole nel confronto con la Sars: con i 5.974 casi annunciati pochi minuti fa (mercoledì mattina) dalla Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese, il contagio del coronavirus di Wuhan ha superato in Cina quello del 2002-2003 legato alla Sindrome respiratoria acuta grave (Sars), fermatosi a quota 5.327, in base alle statistiche ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Quanto ai decessi, invece, i 132 casi finora imputabili al coronavirus di Wuhan sono ancora lontani dai 349 di fine 2003, e ciò evidenzierebbe che il nuovo virus cinese ha un tasso più basso di mortalità.

Tra le notizie correlate alla epidemia una proposta che discutere in Australia. Un piano annuncia la quarantena per chi ha contratto l’infezione su un’isola-carcere.

Arrivano così polemiche dall’Australia per la proposta del premier Scott Morrison di spedire i 600 australiani di ritorno da Wuhan, epicentro del nuovo coronavirus cinese, sull’isola di Natale (Christmas Island), famigerato centro di detenzione migranti.

Due settimane in quarantena a 2.000 km dal continente, questo il piano del governo australiano secondo quanto riportato dalla Bbc, per scongiurare il pericolo di contagio.

Al momento sull’isola abita soltanto una famiglia di quattro persone che viene dallo Sri Lanka, ma le strutture costruite appositamente per accogliere migranti possono ospitare fino a 1.000 persone.

In passato il centro di detenzione di Christmas Island è finita al centro della cronaca per presunte violazioni di diritti umani e per le pessime condizioni.

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