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Notte veneziana 1963

Era quasi l’alba, quando l’uomo ritornò a casa. Aveva vagato tutta la notte per la città, mai abbastanza sazio delle luci magiche che fluivano da calli tenebrose, interrotte da miagolii di gatti turbati dal suo passo e dal battito discreto del bastone. Nella notte, che avrebbe voluto infinita, si era sentito leggero, un sapore appena asprigno in bocca, in quella beata e salvifica solitudine.

Con lui i campi rischiarati da lampioni, che la nebbia rendeva immaginifici, mostravano masegni lucidi e trasparenti che accoglievano le sue scarpe e il suo corpo, trattenendoli e insieme allentando la presa, affinché potesse sentirsi libero di andare, di tornare a osservare l’acqua della laguna, così come aveva fatto qualche minuto prima, fermandosi ai bordi della fondamenta che si affaccia verso Murano.

Si era seduto sul gradino alto di una riva, e appoggiando le scarpe un po’ sotto, sentiva le alghe muoversi, a momenti sembrava ridessero con lui nel trovarsi insieme a controllare la notte con i suoi contorni selvatici sotto un cielo nero a custodire l’isola di San Michele e i suoi defunti.

Bianca, nel suo alabastro apparire s’intuiva la chiesa del cimitero, grazie ad un’illuminazione artificiale che rispecchiava una facciata dalle forme geometriche limpide, che la nebbia spostava a suo piacere, trasformando le figure tonde in rettangoli, esagoni punteggiati di nero, forse le scritte in latino e i numeri romani.

L’uomo pensò che voleva berla tutta quella bellezza, prima di andarsene. Sì, aveva deciso, oramai. Si sarebbe lasciato andare nel letto d’acqua e il cappotto, le scarpe, il cappello e anche gli occhiali, avrebbero accompagnato il suo corpo fra le onde minute di quella laguna impensierita dal freddo. Forse il suo corpo l’avrebbe scaldata, per un attimo, solo per un attimo. Poi il gelo avrebbe provveduto a ripristinare la sua naturale temperatura. In fondo bastava un gesto, un ultimo gesto e le alghe sotto le scarpe lo incoraggiavano, spingendo con forza la suola di para.

Alle sue spalle la città lo copriva di una tenerezza inaspettata, girò lo sguardo verso l’ospedale, che accanto a lui sembrava il compagno ideale per intrecciare quel sentimento di fine che lo invadeva, non senza dolcezza, un gusto agro dolce delle cose che stanno per finire, che giungono al porto e che ti dicono di scendere dalla scala e di chiudere bene la porta dopo averla attraversata. Per non vederti più.

Dalle finestre dei reparti ospedalieri usciva una luce fioca che l’uomo non avrebbe voluto vedere insieme a qualche figura umana, forse un infermiere, un medico, un ricoverato, che appariva e spariva in un attimo, come se le presenze in quel luogo si muovessero stimolate da un richiamo, che si risolveva con un gesto minimo, forse una pastiglia da assumere a una certa ora, forse un po’ d’acqua per chi aveva sete.

Per un istante sentì la mente attraversata da un fastidio, da un impercettibile disagio per aver messo gli occhi su chi soffriva, ricoverato in un letto ospedaliero, proprio mentre lui voleva andarsene per sempre . Un guizzo di rabbia lo travolse e adesso le alghe non si muovevano più. Si voltò ancora verso le finestre e vide tutto nero. Avevano spento la luce e nessun essere umano attraversava quelle stanze. Nessuno aveva più sete e gli infermieri, forse, erano andati a dormire.

Lentamente riportò gli occhi sulla laguna nera, che la nebbia illuminava di pulviscoli bianchi, a corona sulla linea dell’orizzonte che aveva imprigionato la luna.
Le mani gelide, le ginocchia imbalsamate e dentro il cuore il male di vivere e il rimorso di non essere morto.

Neanche questo era il momento giusto. A fatica si rialzò dalla riva, le alghe insistevano nell’incollarsi alle scarpe, si erano abituate alla loro compagnia, scaldavano le radici in profondità e si erano sentite protette.

In un ultimo disperato tentativo di trattenerle avevano aperto le braccia e come granchi affamati e arrabbiati, le avevano strette. L’uomo osservò stupito la forza delle alghe e ammirò in cuor suo la volontà di non lasciarlo andare, come se avessero capito tutto e non volessero che lui ci ripensasse, che volesse vivere ancora. Del resto loro si erano abituate alla riva, era un sepolcro vivibile, ma pur sempre un posto ultimo che le teneva incollate al marmo dei gradini e al movimento delle maree. In quei momenti di danza una fuga imprevista le scuoteva in qua e in là, una finta evasione condonava la reclusione e ad acqua ferma riposavano felici di quell’illusione che concedeva al sonno gorgoglii salmastri di benessere.

Nel risollevarsi dalla riva, l’uomo osservò ancora la facciata dell’ospedale. Una sola finestra illuminata, come un occhio d’aquila lo osservava dall’alto. Con il cuore in tumulto affondò il suo corpo in quella luce e in piedi, senza sentire freddo si fermò in attesa. Alzò il bastone e lo indirizzò verso la finestra che non smetteva di guardarlo dal telaio scuro, che per effetto dei suoi occhi gli appariva come una croce senza Cristo che accresceva la sua solitudine.

E poi mani, mani appoggiate sui vetri, che sembravano salutare, o forse chiamare, o forse erano in quella posizione per riuscire a stare in piedi, forse erano mani di un uomo anziano, che stanco di stare a letto, voleva camminare per la stanza. Forse era debole, il suo incedere faticoso lo costringeva ad affidarsi alla finestra in mancanza del bastone o di una maniglia adatta a sorreggerlo, così le mani toccavano i vetri della finestra e si attaccavano al cielo. L’uomo osservava morboso e avido di spiegazioni quelle braccia ferme e gli pareva, dirette verso di lui, che se ne stava lì, vicino alla riva con il cappello di feltro grigio in testa e il bastone fra le mani.

Un sapore d’acqua amara in bocca lo distolse dalla finestra illuminata e decise di mettersi sulla via del ritorno. Forse era meglio rincasare, il suo girovagare gli sembrava esaurito. Riprese la calle che lo aveva portato fino lì, lentamente, passo dopo passo, ponte dopo ponte, Venezia apriva i suoi campi, le corti, nell’odore di salso e di neve che la notte ammansiva.

Davanti alla porta di casa, l’uomo cercò la chiave nella tasca del cappotto, la pulì soffiando sul tabacco delle sigarette che si era appiccicato fra gli incastri. Un gatto nero gli si mise accanto con la coda alzata ed entrò in casa con lui. Insieme salirono le scale e poi ancora la ricerca confusa dell’altra chiave che teneva nella tasca dei pantaloni, per poi arrivare finalmente nella stanza da letto. Il bastone continuava a battere sul pavimento senza un perché, dominato dal tremore delle mani dell’uomo che si abbandonò sul letto con il solo desiderio di dormire e di dimenticare quelle ore appena trascorse.

La stanza buia attese inutilmente il sonno, gli occhi rimasero aperti su quelle mani che toccavano i vetri da una stanza di un ospedale, un uomo ignoto travestito da Cristo che attendeva il giorno per non rassegnarsi.

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