Norma Legge Fornero bocciata dai giudici, cosa vuol dire?

ultimo aggiornamento: 01/05/2015 ore 08:07

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Norma Legge Fornero bocciata dai giudici

La notizia esplode nel pomeriggio.
“Norma Legge Fornero bocciata dai giudici”. Cosa vuol dire? Si chiedono subito decine di migliaia di lavoratori che hanno subito le clausole tiranne che li hanno obbligati a rinviare il pensionamento per 2-3 anni, a volte restando senza posto di lavoro nel periodo.
La norma esaminata e dichiarata incostituzionale non riguarda il momento di andare i pensione ne’ gli ormai noti “esodati”, diciamolo subito.

Si parla della norma che blocca l’adeguamento all’inflazione delle pensioni lorde di importo superiore a tre volte il minimo Inps (pari a 1.405,05 euro) nel biennio 2012-2013.
Una norma della Legge Fornero che ha permesso di risparmare un bel pacchetto di milioni ai governi dell’epoca e a quello attuale, perchè questa era una delle voci che permetteva maggior risparmio nell’immediato.


Ora però la decisione di bloccare l’adeguamento all’inflazione delle pensioni lorde di importo superiore a tre volte il minimo Inps adottata dal governo Monti (e mantenuta dai successivi) viene ritenuta incostituzionale dalla Corte Costituzionale (si tratta del comma 25 dell’articolo 24 del decreto legge n.201 del 2011).

Interessa? Purtroppo si, tutti. Perchè proprio mentre molti soggetti politici ed economici si dicevano possibilisti ad una revisione dei requisiti della nota “Legge Fornero” troppo stringenti, questa nuova sentenza mette in preventivo una fuoriuscita nei conti pubblici di circa 5 miliardi, secondo le stime dell’Avvocatura dello Stato, per risarcire chi era stato penalizzato dalla norma incostituzionale, e questo affosserà ancora di più i conti pubblici. Figurarsi, perciò, se i tempi saranno ritenuti opportuni per una revisione dei requisiti della “Fornero”.

I diritti dei pensionati, ovviamente, non sono in discussione, e vengono così tutelati. Nella sentenza n. 70 della Consulta, scrive il giudice Silvana Sciarra: «l’interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata». «Tale diritto costituzionalmente fondato – precisano i giudici – risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio». Quindi la necessità di fare quadrare i conti dello Stato non può calpestare i diritti fondamentali.


A sollevare la questione di legittimità erano stati tra il 2013 e il 2014 il Tribunale di Palermo e la Corte dei Conti per l’Emilia-Romagna e la Liguria. Secondo la Consulta, le motivazioni indicate alla base del decreto sono troppo generiche, mentre l’esito che si produce per i pensionati è troppo pesante.

Paolo Pradolin

01/05/2015

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