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Morto Stalin se ne fa un altro, pochade cinica in maniera di farsa

Quando la storia si ripete, si ripete in forma di farsa. Ciò che abbiamo vissuto in prima istanza, alla seconda volta assume toni minori e grotteschi. A prescindere dalla gravità degli accadimenti, il clone sembra perdere una parte di sostanza e risultare goffo e deperito.

Una graphic novel francese rimette in gioco le 48 ore dopo la morte di Stalin e gli intrallazzi e i giochi di potere tra i più stretti collaboratori. Lo fa con i metodi della pochade cinica (in maniera di farsa), tra un Lubitsch pulpizzato e i Monty Phyton.

Il film di Jannucci, regista canadese, trasferisce su grande schermo le comics di Nury e Robin. Ma cosa non funziona in questo film dal cast egregio e dal ritmo, almeno a prima vista, serrato e, in verità, soffocante e stordente?

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Siamo lontani da opere come “Oh, che bella guerra!” di Attemborough o “Come vinsi la guerra” di Lester; per non parlare del capolavoro “Vogliamo vivere” del già citato Lubitsch. O dei Chaplin e dei Keaton. Che sia colpa anche dell’origine del film? Problemi legati alla scrittura a fumetto, che non son problematici per i film d’azione ma per le farse sì?

Fattostà che “Morto Stalin se ne fa un altro”, a furia di correre come un rollecoaster, tra battute, scene, costumi, cambi repentini di tono e di sacrificabili, sacrificati e salvati (vedi il Molotov interpretato da Marty Palin, sempre salvo per il rotto della cuffia) non sa divertire, vittima di una auto compiaciuta spocchia da primo della classe. Anzi, la confusione è tale, i voluti anacronismi di linguaggio pure, che a metà si prende pure un po’ sonno e si perde la voglia di interessarsi a ciò che dovrebbe farci sbellicare dalle risa e invece si affloscia in un “vorrei ma non posso” che l’indubbia qualità formale del film sembra sottolineare ancor più.

In fondo non passa giorno che gli orrori di Stalin non sian messi alla ribalta; le violenze di Berija (unico vero eroe tragico del film, mostro ma anche agnello sacrificale) sottolineate. Quasi tutti noi siamo coscienti di ciò che è stato lo Stalinismo almeno sin dal ’58, coi fatti d’Ungheria. Nessuno rimpiange “l’uomo d’acciaio”. Quindi questa satira, che ricorda altre fallimentari satire anni ’70, si avvita su se stessa creando un’energia centripeta che allontana lo spettatore.

Anche per colpa della sua stessa arma, l’ironia e il grottesco che rimpicciolisce invece di ingigantire questi mostri della politica. Forse l’unico personaggio capace di una qualche seduzione è Berija, il terrificante capo della polizia sovietica, anche nella realtà laido e sadico, che Simon Russel rende con adeguato mascheramento, dando un’alone tragico a questa figura di disgustoso capro espiatorio.

MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO
(The death of Stalin, 2017, U.K, Francia, U.S.A.)
Regia: Armando Iannucci
Cast: Olga Kurylenko, Paddy Considine, Steve Buscemi, Marty Palin, Andrea Riseborough

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

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