“Memorie di un assassino”, un film che ti tocca in profondità

ultimo aggiornamento: 01/10/2020 ore 11:32

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"Memorie di un assassino", un film che ti tocca in profondità

La riapertura di alcuni cinema durante il periodo estivo di questo infausto 2020, segnato dal virus, ha permesso di vedere presente nelle varie programmazioni quello che forse è finora il classico del regista sudcoreano Bong Joon-ho, autore dell’ormai celebre “Parasite”.

Indubbio che il successo internazionale dovuto alla vittoria della palmares del 2019 abbia spinto i distributori a farci recuperare questo titolo nelle sale.
Un’occasione propizia e una vera soddisfazione, dato che il film è davvero molto bello. Distribuito in lingua originale in un’ottima edizione, colma un vuoto sul grande schermo


per l’autore di film ormai arcinoti come il succitato “Parasite” o “Snowpiercer”.

Uscito nel 2003 in Corea del sud, precede di quattro anni un film che gli è molto vicino, quasi un “gemello” americano; e cioè “Zodiac”, di David Fincher, del 2007.
Se non sto qui a parlar di plagio, che sarebbe un torto verso l’intelligenza artistica di Fincher, è indubbio che il film di Joon-ho abbia esercitato una considerevole influenza sul lavoro del regista di “The social network” e “Seven”. Al punto che più che cercare la polemica su debiti e crediti sarebbe più interessante esaminare due diversi modi di trattare una vicenda reale che è simile (un omicida seriale irrintracciabile porta a rovinare le vite di chi lo sta cacciando).

Se l’approccio “americano” è un’analisi sulla paura quasi cartesiano, al limite in certi punti della pedanteria, quello “coreano” punta tutto sulle sensazioni emotive rappresentate con ritmo forsennato in scena e sulla


tipica scrittura del regista basata sullo scorrere quasi parallelo dei registri narrativi.

Non abbiamo la quasi asettica America fincheriana anni 70(bordone di un raggelamento e contenimento della paura) ma una miserevole, cialtrona sud Corea di metà anni 80 in cui i poliziotti (tra i quali abbiamo uno dei tre interpretato dalla stella del cinema del sud Corea Song Kang-ho) trascendono le regole, vestono e parlano in maniera sciatta, condividono una precarietà e una situazione economica incerta se non povera.
Tematica questa che pare essere un cardine del regista sudcoreano.

I sistemi usati negli interrogatori son oltre la legge (addirittura il più agitato dei poliziotti sferra dei calci volanti in maniera incontrollata) e c’è un feeling con la corruzione che è metonimia della condizione sudcoreana. Dei tre protagonisti solo uno crede nel ragionamento e nelle piste impreviste, laddove in “Zodiac” l’interpretazione dei sistemi cifrati del killer dello zodiaco


(che, ricordo ,venne sospettato pure di essere il Mostro di Firenze) porta a prediligere in gran parte il sistema speculativo e la dialettica verbale tra i personaggi.

Resta che Bong Joon-ho è sorprendentemente anticipatore riguardo “Zodiac” della rappresentazione del fallimento e del riciclo di esistenze che perseveravano in una caccia ormai fine a se stessa, più ossessione personale che ricerca di giustizia. Pochi dubbi che Fincher conoscesse questo film.

E Joong-ho mette in scena con virulenza quella che è una vera e propria discesa negli inferi dei protagonisti, in cui (come poi ritroveremo in “Parasite”) c’è spazio


anche per l’umorismo.

Non è necessario scegliere quale sia l’approccio migliore tra i due film. Abbiamo due diverse ciance entrambe di notevole interesse e spessore filmico. Permettetemi di dire però che per quel che mi riguarda è “Memorie di un assassino” il titolo che è riuscito a toccarmi in profondità.

MEMORIE DI UN ASSASSINO
(Memories of a murder; 2003, Corea del sud)
Regia: Bong Joon-ho
Con:
Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha

Giovanni Natoli

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