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L'ultima parola, film partecipato ma senza particolari guizzi (senza nemmeno cadute però)

Nonostante la mia ritrosia per i biopic non potevo esimermi dal vedere “L’ultima parola”; storia dello sceneggiatore cinematografico Dalton Trumbo, uno dei sommi nomi dell’arte di dare “forma” scritta a un film. Ma Dalton Trumbo non è stato solo una mente geniale. Trumbo è stato il “pericolo rosso” nei confronti di un’America che, in conseguenza della guerra fredda (e per una sua naturale tendenza) cominciava a vedere in ogni angolo di strada un pericoloso comunista sovversivo.

Trumbo ebbe il torto di esporsi più di ogni altro a questa untura. Una passione per l’intelligenza e l’ironia e una rara dirittura morale fecero di lui il grande emarginato di Hollywood, all’interno di una lista nera che comprendeva svariati artisti della fabbrica dei sogni. Alcuni furono costretti a dichiarare professione di fede politica e denunciare colleghi. Altri non vedevano l’ora che ciò accadesse. Pochi resistettero alla pressione, nonostante la deliberata noncuranza verso il Primo Emendamento che Joseph McCarthy e compari praticarono in quel periodo americano del secondo dopoguerra denominato appunto “Maccartismo”.

Il film di Jay Roach, regista degli “Austin Powers” e di “Ti presento i miei” racconta appunto di questo particolare periodo della vita dello sceneggiatore di classici come “Vacanze Romane”, “La sanguinaria”, “Spartacus” e decine di altri titoli, quasi tutti sotto pseudonimo o affidati ad altri colleghi come prestanome. Per farlo mette in scena

The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

il libro omonimo di Brian Cook, edito in Italia da Rizzoli.

Il risultato che ne esce è quello di un dignitoso prodotto medio che ha perlomeno il merito non solo di far scoprire a molti questa importante figura dell’universo cinematografico ma anche di capitare in un periodo storico in cui per molte persone un nuovo maccartismo non dispiacerebbe affatto. E quindi, al di là delle medie risultanze artistiche del film, di servire almeno come monito affinché certe cose non si ripetano.

Fa specie sentir pronunciare per così tante volte in un blockbuster la parola “comunismo”. In questi ultimi anni ha assunto di nuovo una connotazione spregiativa. E perciò un film del genere, in altri momenti solo piacevole e professionale, riesce a colpirmi al di là dei meriti.

L’ultima parola, è un film partecipato ma senza particolari guizzi (e senza nemmeno cadute però). Interpretato magistralmente da uno dei protagonisti della serie “Breaking Bad”; il suo Trumbo affascina per la capacità di Bryan Cranston di indossare aplomb, understatement e caparbietà e per l’eterna sigaretta in bocca. Roach è tutto dalla parte di Trumbo, oltre la caratteristica ideologica: una coscienza specchiata in una veste di dandy ironico. Tra spezzoni di telegiornali e le celebri dirette sul processo intentato ai 10 di Hollywood, vediamo svolgersi la Passione di Trumbo, che conoscerà anche la galera; non mancano le parentesi familiari.

La moglie Cleo (D. Lane) sempre al suo fianco, i contrasti con la figlia Nikola (E. Fanning), i rapporti coi colleghi e amici attori ; la strana accoppiata tra Trumbo e i fratelli King, produttori di Z movies che vedranno vincere un Oscar grazie allo sceneggiatore. ; le sfide contro i “purissimi” anticomunisti come John Wayne (D.J.Elliot) e l’invasata Helda Hopper (H.Mirren).

“L’Ultima Parola” una buona rinfrescata alla memoria di tempi cupi che non morde ma non si fa trascurare. E non uscite prima dei titoli di coda: il vero Trumbo vi deve parlare.

L’ULTIMA PAROLA (TRUMBO), 2015, Stati Uniti
regia: Jay Roach
cn: Bryan Cranston, Diane Lane, Elle Fanning, John Goodman, Helen Mirren, Lous C.K.

giovanni natoli columnist circle

Giovanni Natoli

11/03/2016

Riproduzione vietata

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