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Lo chiamavano Jeeg Robot, eroe per caso in traslitterazione romanesca della Marvel

Come ben raccontano i Simpsons in una memorabile puntata dedicata all’ Uomo Radioattivo, Bart e Milhouse giungono finalmente in possesso del primo numero dedicato al loro supereroe preferito. Questi finisce in mezzo a un’esplosione di radiazioni. “Allora è così che è andata” sospirano i due personaggi, giocando così ironicamente sull’ovvietà della situazione.

E di luoghi comuni si nutre appunto “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Primo lungometraggio per Daniele Mainetti, regista e musicista romano molto promettente, che rivisita pedissequamente le scadenze del più classico dei racconti da supereroi per narrare storie di abiezioni e criminalità in una capitale fatta di zone marginali e “non luoghi”; un’ altra Italia che poi è quella vera, disadorna e appiattita, conforme a moduli urbanistici uguali in gran parte del mondo.

Abbiamo un eroe per caso che raggiunge l’acquisizione dei superpoteri nel più tipico dei modi; l’incontro con le “solite” sostanze radioattive, bidoni di scorie gettate nel Tevere. Solo che il nostro eroe, un ladruncolo da strapazzo, per prima cosa si frega un bancomat smantellandolo con le nude mani. Anche la dimensione solitaria da marginale è classica.

Ceccotti Enzo (C. Santamaria) è un asociale il cui refrain è il borbottìo “Non ho amici”. Vive solo in un monolocale trascurato tra film porno che non gli servono per autoerotismo e budini alla vaniglia come cibo. Una volta intortato da Sergio, un luogotenente dello “Zingaro” piccolo boss in cerca di ascesa (L: Marinelli) per recuperare degli ovuli di droga trasportati nello stomaco da due immigrati, finisce nei guai.

The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

Sergio viene ucciso da uno dei due ed Enzo vola da nove piani di un edificio in costruzione, scoprendo di rimanere illeso e divenendo consapevole di aver acquisito dei poteri da superman.
Enzo si prenderà cura di Alessia (Ilenia Pastorelli), la figlia di Sergio, una ragazza traumatizzata che si è rinchiusa in un mondo alternativo, dove abitano i personaggi creati da Go Nagai. Con sé porta sempre dietro un lettore dvd con alcune puntate di Jeeg Robot e chiama Enzo Hiroshi Shiba.

La storia prosegue con la sfida tra Enzo e Lo Zingaro, ferocissimo, megalomane, con tendenze omosessuali latenti, patito di karaoke e in passato cantante per “Buona Domenica”, in procinto di “svortare” con la partita di droga, in combutta con la camorra; in parallelo la relazione crescente tra Enzo e Alessia, il cui mondo dissociato e le sue paure porteranno Enzo ad aprirsi ai sentimenti grazie a una “idiota pura di cuore”, una ragazza con l’anima a fior di pelle.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” presenta alcuni punti interessanti; l’anomalo stratagemma narrativo per raccontare una realtà terra terra, tra le miserie della metropoli, tra bombe intimidatorie, governi in ginocchio, crisi sociale, nuove criminalità. Ma a mio modesto parere le buone premesse non trovano adeguato riscontro nello sviluppo della storia, peraltro girata con professionalità nonostante il budget medio. In particolare mi è parso che l’adattamento dei modelli narrativi alla lo chiamavano jeeg robot box“Romanzo criminale”, seppur velatamente ironici nel tentativo di contestualizzare il tipico criminale alla Batman (Joker in questo caso), sovrastino i tentativi parodistici. Di modo chè sfugge il gioco dell’operazione e mi pare di aver assistito a una puntata della serie omonima. Mi sarebbe piaciuto ci fosse stato più spazio per imprese supereroiche o perlomeno avrei desiderato un’alternanza più equilibrata delle parti dell’insieme. Credo che l’idea di partenza sia un po’ sfuggita di mano al regista; a cui si deve ascrivere però una buona sensibilità di messinscena cosicché alla fin fine questo film diventerà nel bene come nel male un piccolo cult.

Per quanto riguarda la compagine di attori trovo che Santamaria abbia recuperato la parte migliore di sé: non è una novità un personaggio che si dissocia dal mondo per un male di vivere conseguente alla scoperta di una realtà spietata (i flashback della gioventù) ma Santamaria ci sa mettere del suo nel suo personaggio afasico e compulsivo che perderà le croniche abitudini grazie all’amore. Marinelli esce dritto dal film di Caligari “Non essere cattivo” e ha carisma da vendere. Occhi spiritati, profilo alla Zanardi, un’incarnazione esagitata della volontà di potenza di un piccolo criminale. C’è un eccesso di tentata cultizzazione nella scena del karaoke in cui intona “Un’emozione da poco” vestito e truccato pari pari alla Oxa.

Vero è anche che questo momento camp lo vede riuscire in pieno nella performance. Mi auguro che non ci sia un altro film che lo veda rifare questo personaggio perché potrebbe essere una trappola senza uscita. A mio parere chi sorprende tutti è l’ex Grande Fratello Ilenia Pastorelli, bellezza borgatara dai denti eccessivi e dal naso troppo piccolo ( e perciò affascinante) completamente immersa nel personaggio al punto da non lasciare indifferente lo spettatore. La follia, il dolore, la passione per Jeeg Robot e il desiderio di diventare principessa sono resi con una performance miracolosa, probabilmente guidata da un’ istinto notevole sia dell’attrice che del regista.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” non è un film inattaccabile: non riesce del tutto a realizzare il suo sogno di traslitterazione romanesca delle gesta Marvel o DC comics. Ma è una buona idea con dei momenti impagabili, sofferente di un tot di squilibri e di mancanza di misura delle parti. Ma potrebbe far presagire un autore più audace della media. Speriamo bene.

giovanni natoli cinema film

Giovanni Natoli

20/04/2016

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