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L'Insulto, film cucinato con sapienza e fiducia e il segno lasciato resta impresso
A ben vedere il punto di forza de “L’insulto” non sta nel soggetto; non è certo la prima volta che assistiamo a una messinscena in cui, per un “piccolo” incidente i due contendenti trascinano una lotta che supera i motivi del contrasto; al cinema siamo giunti ai paradossi de “I duellanti” di Scott, tratto da un racconto di Conrad, in cui i protagonisti dimenticano persino i motivi del conflitto.

Nel caso del film di Zad Doueiri il punto di partenza è sempre ben presente e da subito veniamo a conoscenza dei motivi, nemmeno troppo reconditi, che sottostanno al rifiuto di mettere un tubo di scarico esterno, troppo esterno, a norma. Tony è libanese e cattolico, nazionalista; Yasser, il capocantiere che decide autonomamente di sistemare il tubo, palestinese rifugiato. Tony è il cattivo, Yasser il buono.

Ma è proprio così? Il regista sceglie di dipanare la questione dell’identificazione dei personaggi, l’identità di un paese che in passato era il gioiello del Mediterraneo e il senso di un conflitto mai domo attraverso la classica scelta di un processo.

I due finiranno davanti a due giudici e a due giudizi differenti; a un uguale verdetto ma carico di differenti valenze sulle quali, grazie anche a un match interno tra due avvocati, un anziano e celeberrimo principe del foro e una giovane ma appassionata avvocatessa al suo primo penale, il regista trova modo di raccontare la storia di un paese dilaniato.

“L’insulto” è un buon film con delle punte notevoli che annusa un po’ troppo la candidatura agli Oscar ; difatti possiamo notare che lo stile, apparentemente documentaristico e “stylò” è ripassato in spezia statunitense; e questo non è sempre un difetto. Anzi; l’autore sa come portare a termine le sue considerazioni grazie alla smaliziata tecnica di creare climax e sorprese all’interno del racconto. Certo, questo melting pot di stile talvolta fa pensare a una perdita di specificità cinematografica (talvolta siamo in “zona Eastwood”, come nell’ultimo incontro privato tra i due contendenti); però, alla fine, il film parla chiaro.

All’interno del racconto abbiamo anche una deriva mediatica, fatta di riprese abusive del processo, messa in rete e conseguente accrescersi del conflitto a livello nazionale. Abbiamo anche una sorta di melodramma privato tra più personaggi. Molto (ma non tutto) è contenuto nell’ambito della necessità del racconto e del significato dell’essere del film. Il quale può essere visto come un veicolo per affrontare questioni che a molti di noi sembrano estranee ma che non lo sono. E volendo, possono essere vagliate anche con uno sguardo all’Italia.

Notevole il cast; Kamel El Basha è stato insignito della coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia ed è un attore che con poco sa infondere empatia. Ma, complessivamente, il cast non mostra pecche: Adel Karam è ottimo, grazie allo sguardo perennemente indurito. L’avvocato di Camille Salameh cattura l’attenzione grazie a una indubitabile verve carismatica. E così per le protagoniste femminili , Diamand Bou Abboud, l’avvocatessa dai tratti dolci ma determinata, e Rita Hayek, moglie di Tony. Quest’ultima splendida rappresentante della bellezza libanese da lasciare senza parole.

Poi, si può sempre dire che non siamo di fronte a un film il cui marchingegno appaia nuovissimo; che qualche trappola emotiva e qualche colpo di scena paiono un po’ eccessivi e che la conclusione è prevedibile almeno da metà pellicola; la voglia di piacere agli occidentali (e soprattutto all’Academy) c’è e talvolta pesa ma resta che quello che c’è è cucinato con sapienza e fiducia e il segno lasciato resta impresso.

L’INSULTO
(L’insulte, 2017, Libano, Francia, Belgio, Cipro, U.S.A.)
Regia: Ziad Doueiri
Con: Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Rita Hayek

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

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