LE COSE di Cinzia Colazzo [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 24/08/2020 ore 10:21

270

Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”

Mi sono svegliata presto, con la solita furia che s’imbriglia nei capelli e non arriva alla voce. Riesco a imprecare senza suono, guadagnando fitte alle anche. Mi muovo come se avessi vent’anni di più addosso, ma se sfioro l’immagine allo specchio, vedo un seno ancora sodo. Resto seminuda mentre archivio nell’angolo più buio del corridoio tutti i ninnoli e le cianfrusaglie che non trovano collocazione e stanno in mezzo, a farsi rendicontare inutilmente. Sarebbe sensato farne un sacco dell’immondizia, ma non sono capace di atti così definitivi. Mi manca una struttura per pulizia e ordine, faccio tutto con affanno. Le cose mi stanno addosso, avanzano sull’avamposto del caos, occupano il mio posto nella casa.

Giorni chiusa in casa. Le cose sono concorrenti, poi alleate, infine perdono importanza, come il resto. Convivo con il caos fuori, attorno, dentro, divento io stessa involucro, poi ingombro, mi guardo il viso in modo maniacale, vigilo sulla libido sottovuoto. Di notte sempre lo stesso sogno, la libertà compressa, tragitti deviati, controlli all’uscita, conteggio dei passi, solo duecento metri, la stazione è poco più in là, posti di blocco, una chiusa sul flusso erotico, una stretta, non sono più donna, sono corpo in castigo.


Da settimane non viene nessuno a trovarmi, ma oggi aspetto il piastrellista. Indugio ancora in mutande e a momenti sarà qui, forse punto ad aprire la porta scompaginata e querula, con la spallina pendula e le rotondità posteriori precariamente velate. Invece all’ultimo afferro il vestito nero pieno di macchie e vado ad aprire, sigillando il disordine della cucina dietro la porta sbattuta forte. È un uomo ben curato e garbato, nervino, con un fisico asciutto e un accento che tradisce la provincia. Mi guarda appena, discreto, ma si fa tutti i suoi conti. Una donna spaiata si rivela al primo istante. Gli indico sbrigativa la doccia da piastrellare. La casa non appartiene a me e la mia posizione è quella di subire le riparazioni da fare e le mancanze di quelle che non verranno mai fatte. Mi chiudo in cucina, accendo radiotre e mi sistemo davanti ai due lavelli pieni di stoviglie sporche. Un affronto personale. Svolgo questo compito come ogni altro, con sdegno.

Ho liberato qualche tazza e faccio un caffè come si deve a questo signore. Lo trovo seduto nel piatto della doccia in una nuvola di polvere, sta levigando il muro gibboso. Lo sgrido come faccio con tutti quelli con cui ho un rapporto, gli dico che dovrebbe usare la mascherina se non vuole ritrovarsi con i polmoni intasati prima dei cinquant’anni. Torno in cucina e ricomincio a strofinare. Anche nel lavaggio delle stoviglie non ho metodo ma puro accanimento. Solo una parete mi separa dal piastrellista, percepisco la sua presenza muscolare. Prelevo dalla cassa una bottiglia d’acqua sigillata e la porto all’eletto ospite. È ancora seduto nella doccia e sta accarezzando la piastrella bianca. Ha finito un lato. Torno in cucina e riprendo il mio posto al lavello. La radio ha svirgolato su Mozart e per qualche istante l’esistenza potrebbe sembrare aggraziata: la donna in cucina, fra l’odore del pasto, l’uomo impegnato nelle migliorie della casa, a posare piastrelle, in mezzo ai due una parete. E in questa istantanea da film francofono, levo una mano insaponata, come un’ala imbrattata, e accarezzo l’intonaco.

E ora che vedo il fondo del lavello, provo pietà per me, perché nello stesso tempo in cui io ho svolto questa mansione ripetitiva e stupida, lui ha compiuto un lavoro stabile e duraturo, di cui resterà traccia.


Lo sento dietro di me, mi ha riportato la tazza. Non mi piace che mi veda in cucina. Lo accompagno alla porta. Riesce a sembrare pulito, con i secchi e gli attrezzi appesi alle dita forti. Lo saluto sbrigativa e mi siedo sul divano, a godermi l’eco dell’uomo in casa. Quello spazio sottilissimo senza solitudine. La solidità del lavoro. Una certa invidia per la piastrella.

Ora le cose possono tornare a guadagnare posizioni, a torcere tralicci e germogli sino a soffocarmi, qui senza giardino, senza balcone e senza ospiti. Le cose prendono vita, diventano la mia vita, cose di poco conto, tutto grandiosamente poco.

 

— 0 —

 
» vota il tuo racconto preferito » vai alla presentazione del concorso » leggi tutti i racconti arrivati

TEMI PIU' RICERCATI IN QUESTE ORE:

➔ Coronavirus: tutti gli aggiornamenti
➔ Mose e Acqua alta a Venezia
➔ Pensioni, le novità
➔ 'Racconti in quarantena': il concorso letterario aperto a tutti
 

⌂ titoli di prima pagina

Please enter your comment!
Please enter your name here