La Grande Menzogna: tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla I guerra mondiale, di Gigante, Kocci, Tanzarella

ultimo aggiornamento: 30/06/2015 ore 12:05

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La Grande Menzogna.Cover

Continuano le ricorrenze e le manifestazioni in memoria del primo conflitto mondiale e per l’occasione, la casa editrice Dissensi ha deciso di schierarsi con coloro che vanno controcorrente e dicono no alla “celebrazione” di quella guerra: Valerio Gigante, Luca Kocci e Sergio Tanzarella, autori de La Grande Menzogna (pp. 162, € 13,90).

«La Grande Guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti” gli italiani».


Così Paolo Peluffo, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio e presidente del Comitato per la commemorazione, aveva definito nel 2012, durante una mostra tenutasi al Vittoriano, il primo conflitto del Novecento. La Grande Menzogna non è altro che questo: una giustificazione all’entrata in guerra che la politica vide come possibilità di cambiamento per il bene della popolazione italiana.

Il libro, una raccolta di micro saggi che raccontano il conflitto attraverso lettere, testimonianze e riflessioni, ha proprio lo scopo di far luce su quegli anni segnati da tragiche morti, sacrifici umani e condizioni di vita misere e miserabili.

È l’orrore, anche attraverso alcune foto dell’epoca, che rimane come sottofondo ai saggi. Affermazione che la guerra, quella dei volontari “involontari”, della gente comune in trincea che faceva di tutto per disertare e ritornare dalle proprie famiglie, è stato un evento globale negativo.


Ma è anche la religione, uno spiraglio di luce in mezzo ai campi di battaglia insanguinati ed infangati, uno degli elementi fondamentali di quel periodo, portato in evidenza nel libro. Le case del soldato, i cappellani gomito a gomito con i combattenti al fronte, le preghiere recitate ed un Papa pacifista, “La Grande Menzogna” racconta di tutto ciò.

Tra affari politici, idee, idealismi e la realtà stessa delle trincee e dei loro orrori, il terzetto di autori riesce nell’intento di raccontare con verità e senza cinismo, le ingiustizie dell’epoca, condannando chi vede questo anniversario come un’occasione di celebrazione, piuttosto, bisognerebbe riflettere e dichiarare colpevole chi questo conflitto l’ha voluto a parole, ma ha mandato a combattere gli altri.

Per La Voce di Venezia abbiamo intervistato due degli autori, Valerio Gigante e Luca Kocci, che hanno risposto ad alcune domande approfondendo le tematiche del libro, rivolgendo uno sguardo anche all’attualità.

1) Com’è nata l’idea di questo libro? L’intento era essenzialmente quello di contestare l’idea celebratoria del primo conflitto mondiale e aprire gli occhi ai lettori?

VALERIO GIGANTE: L’utilità, se non la necessità, di un libro come il nostro non viene dall’originalità in sé dei contenuti: infatti ciò che scriviamo è contenuto in tanti saggi e libri scritti in anni passati. Si tratta però di testi difficilmente reperibili o di saggi scritti da specialisti e destinati a specialisti, cultori o appassionati dell’argomento. L’opinione pubblica, nel suo complesso, è ancora all’oscuro di tante controverse questioni che hanno riguardato la prima guerra mondiale. Si tratta di fatti – quelli che hanno caratterizzato la “grande guerra” – spesso taciuti, altre volte rimossi, altre volte edulcorati per non gettare un discredito totale su un evento che è stato il pilastro di una falsa idea di patria e di patriottismo, nonché della retorica sulla unità del Paese finalmente raggiunta che ha lungamente prosperato a partire dagli anni del fascismo. Il nostro libro mette quei fatti in fila, li mostra con la forza e l’evidenza che contengono in sé, senza alcun bisogno di esasperare i toni o enfatizzare gli eventi. E li restituisce attraverso agili ma documentati capitoletti al lettore, affinché egli possa finalmente farsi un’idea quanto più ampia e completa possibile della tragicità e crudeltà di quella guerra, che ha assunto un rilievo particolare, quasi paradigmatico, per la storia del XX secolo.

2)All’inizio del libro sottolineate l’idea di inutilità del conflitto, considerata come «passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese». È così per tutte le guerre? I cambiamenti dovrebbero sempre avvenire in un clima pacifico?

VALERIO GIGANTE: C’è un bellissimo testo di un prete, don Lorenzo Milani, che è stato anche un grande intellettuale e pedagogo (è tra l’altro il fondatore della celebre “scuola di Barbiana”), uno dei riferimenti della trasformazione che la scuola italiana ha vissuto tra gli anni ‘60 e ‘70. Nel 1965, rispondendo polemicamente ad un gruppo di cappellani militari che aveva accusato gli obiettori di coscienza di «viltà», ricostruisce in una lunga lettera le vicende della storia d’Italia attraverso le sue guerre, mettendo in luce come la difesa della Patria sia stata quasi sempre (l’unica esclusione che si sente di fare è per la guerra partigiana, che infatti fu guerra di popolo) il pretesto impiegato dalle classi dirigenti per commettere aggressioni, distruzioni e stragi. Versando peraltro il sangue di coloro che nulla avrebbero avuto da guadagnare da quelle guerre. E che anzi in quei conflitti hanno sempre perso tutto, a partire dalla loro stessa vita, martoriata in modo inimmaginabile nei campi di battaglia, in quelli di prigionia, come nelle trincee o al fronte. Rivolgendosi a quei cappellani militari che benedicevano armi e conflitti, don Milani scriveva: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

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