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mercoledì 04 Agosto 2021

Joe Cocker è morto, non ci sarà un’altra voce come lui

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Joe Cocker è morto. La sua voce più graffiante non canterà più e non ce ne sarà un altro come lui. Joe Cocker, uno degli eroi di Woodstock, anticonformista al punto di sbattersene dell’industria per buona parte della sua carriera, è morto nella notte fra domenica e ieri.

Lo avevamo conosciuto negli anni ’70 a Londra dove c’era venuto in mano un 33 giri rossastro, “With a little help from my friends”. Un disco talmente bello da farti piangere, dove il titolo della cover del celebre brano dei Beatles non era solo una struggente riedizione, bensì un pubblico ringraziamento agli amici che avevano aiutato il cantante a venire fuori da storie torbide di alcol e droga.

Joe Cocker aveva 70 anni e alla fine si è arreso ad un cancro ai polmoni. Barrie Marshall, il suo agente, ha comunicato: «È stato senza dubbio la più grande voce rock/soul che sia mai uscita dalla Gran Bretagna ed è rimasto sempre la stessa persona in tutta la sua vita. Un enorme talento, una vera stella, ma una persona gentile e umile che amava stare sul palco. E chiunque lo abbia visto dal vivo non lo dimenticherà mai», ha detto.

Joe Cocker, nato a Sheffield nel 1944, viveva da tempo in Colorado dove gestiva anche una fondazione per l’aiuto all’infanzia, in un ranch, con la sua seconda moglie Pam.
La sua voce graffiante che evocava sigarette e alcol, quel modo sentito di interpretare muovendosi tutto, è diventato uno standard ripreso e copiato da molti. Inutilmente.

Dopo il successo travolgente degli anni ’70 il grande ritorno: nel 1986 con «You Can Leave Your Hat On», la canzone che accompagnava lo spogliarello privato di Kim Basinger per Mickey Rourke in Nove settimane e ½ di Adrian Lyne.

Joe Cocker è morto, ma la sua musica no, fortunatamente, ed ancora oggi bisognerebbe andarla a ripescare ogni tanto per sentire quella voce graffiante che fa bene all’anima.

Paolo Pradolin

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