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Inside Out, gli artefici mentali che organizzano la nostra vita

Accolto da un quasi unanime coro di approvazione “Inside out”, la nuova creazione dei maghi della Pixar, affronta con i prodigi dell’animazione digitale l’ universo dell’anima adolescenziale mettendo in scena le emozioni e il loro sviluppo a partire dal primo momento di vita sino ai “fatidici” 12 anni.

Quasi unanime coro dicevo; ci son state alcune riserve relative al modo di trattare questo delicatissimo argomento.
“Inside out” è un viaggio di iniziazione di una ragazzina attraverso gli “attori” chee la guidano: e cioè Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura.
Rappresentati sotto forma di simpatici caratteri probabilmente già pronti per il merchandising (il mio preferito, esteticamente, è Rabbia).

Il team di Joe Lasseter, la mente di Pixar, ha rispettato le recentissime scoperte neurobiologiche nel costruire questa fiaba che è la vita colta nel momento più fertile e agitato; tra le riserve, oltre che l’accusa di non aver creato nulla di nuovo (si fa riferimento alla vecchia serie: “Siamo fatti così”, che però c’entra molto relativamente) leggo una recente su “Repubblica” che lamenta, pur elogiando la pellicola, l’assenza di due elementi fondamentali per completare il quadro emotivo/mentale della protagonista; la Ragione e il Libero Arbitrio. I quali dovrebbero compresenziare.

Il redattore dell’articolo, Antonio Polito, trova un possibile escamotage per la ragione: essa si forma quando le emozioni primarie trovano un’armonia in esse. Ma che dire per il libero arbitrio?
Già, che dire? Che è ben poco avvincente e infatti nessuno spettatore si è lamentato dell’assenza.
Chiedete a una ragazzina di 12 anni come crede di funzionare e nessuna vi risponderà “grazie al libero arbitrio”. Vi parlerà a modo suo di rabbia, paura, gioia, rifiuto e, suo malgrado, tristezza.

“Inside out” è l’ennesimo spettacolo per gli occhi della Pixar. Preceduto dal cortometraggio “Lava”, a dire il vero non un gran che, “Inside out” ci trasporta in un pianeta fantastico e spaventoso che non è l’Isola-che-non-c’è di Peterpaniana memoria, né il Paese delle Meraviglie di Alice, ma il Paese da cui tutti i Paesi di Fiaba han preso origine e ne son diventati metafora: la nostra mente.

In “Inside out” iniziamo con una soggettiva di una neonata, la protagonista Riley, che per la prima volta apre gli occhi e vede i genitori. Automaticamente fa la sua comparsa Gioia che accende l’astronave-cervello. La protagonista di questa famiglia-tipo (così tipo che più non si può, e però al contrario il film non funzionerebbe) affronta i momenti salienti di una ragazza qualunque: crescita con gioie, dolori, scoperte, frustrazioni, sofferenza e scissione per il cambiamento.

The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

Noi spettatori assistiamo all’alternanza di scene da Riley in azione ai cinque artefici mentali che si dan da fare per “esprimersi” in reazione ai fatti della vita di Riley. E la più disperata, “paradossalmente” è Gioia. La quale cerca di tenere lontana dall’animo della ragazzina ogni tipo di sofferenza. Fino a che non avviene qualcosa di “irreparabile”. Nel nucleo dei ricordi-base, rappresentati con sfere luminose, quelli fondanti la personalità di Riley e che dovrebbero mantenerla costantemente felice, Tristezza mette mano a uno di questi, “inquinandolo”.

 
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Il resto del film è l’avventuroso viaggio di Gioia e Tristezza per recuperare il ricordo intaccato, lasciando allla cloche dei comandi i tre pasticcioni restanti che prenderanno improvvide decisioni. L’avventura per il recupero del ricordo base si interseca con il momento più traumatico di Riley.

Ma non vado a raccontarvi il resto del film, ovviamente. Il quale ha sì una morale ma decisamente sorprendente e “adulta” per un cartoon. Chissà: non ho avuto il modo di sentire nessun ragazzino esprimersi su “Inside out”. Mi piacerebbe testarlo con la mia nipote dodicenne e vedere che effetto le fa. Se sente la mancanza della Ragione e del Libero Arbitrio o se riconosce se stessa in Riley. O se trova tutto incomprensibile, relegando il film nella categoria Cartoons per Adulti.

Dubito possa restre indifferente però a Bing Bong, il pazzesco amico immaginario della Riley piccina. E non solo per la meravigliosa estetica (mezzo elefante rosa mezzo zucchero filato rosa che piange caramelle e cambia più umore che vestito, come i bambini piccoli) ma anche per un certo fascino da Stregatto, ultimo baluardo di una follia nichilista e creatrice tipica dei bambini.

Quell’età verso cui tutti noi proviamo nostalgia, dato che tocca attrezzarci di Ragione e Libero Arbitrio. Inevitabilmente.
E il film, che tanto al miracolo ha fatto gridare al festival di Cannes del 2015, questo ce lo racconta benissimo. W la Pixar!

giovanni natoli columnist la voce di venezia

Giovanni Natoli

12/10/2015

Riproduzione vietata

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