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Il Ponte delle Spie, la dedizione di Spielberg all’umanesimo

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Il Ponte delle Spie, la dedizione di Spielberg all'umanesimo

Alla fine, come spesso succede, il suggerimento migliore mi è giunto da un’amica.
Spielberg, tra le varie tematiche ricorrenti nei suoi film, ha una particolare predilezione per l’uomo “giusto”. Preferibilmente al di fuori del mondo in cui è solito operare.

Un eroe per caso la cui estraneità all’ambiente in cui si svolgono le vicissitudini che lo coinvolgono, gli permettono di avere la visione giusta su ciò che va fatto. Un veicolo “divino” di verità, strumento inconsapevole e perciò puro, dotato di una incorruttibilità particolare.

Così Oskar Schindler, industriale che, senza quasi volerlo, diventa artefice di un piano di salvezza per gli ebrei deportati nei lager. Così Lincoln, nel film omonimo. E in questo “Il ponte delle spie” tocca all’avvocato James Donovan agire per risolvere una questione di scambio di prigionieri durante il periodo della guerra fredda; tra New York e Berlino. Proprio nei giorni in cui si sta ergendo il famigerato muro.

La fiducia nell’uomo, seppur in condizioni estreme, è un mito incrollabile per il regista. E una proposta per l’umanità. Inutile dire che ha un fondamento biblico, che è la radice del modo di vedere del regista. Un Giobbe, un Giuseppe, un Mosè. La capacità di andare oltre il necessario (salvare il pilota dell’U2, caduto durante un’incursione fotografica in U.R.S.S., operando le trattative per uno scambio con la spia

The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

tedesca filocomunista Rudolf Abel) per procurare la libertà all’inconsapevole studente americano, “colpevole” di essersi trovato dalla parte sbagliata del muro di Berlino; la caparbietà paziente e pragmatica, tutta americana, di Donovan, i cui sistemi avvocateschi scaltri (è avvocato per una compagnia di assicurazioni, quindi indubbiamente abile) vengono utilizzati quasi in un “piano provvidenziale”.

Che Spielberg sia Autore non ci son dubbi; piaccia o meno, ci colpiscano o irritino i suoi sistemi, la sua cifra è indiscutibile e riconoscibile e ha fatto scuola (vedi Ron Howard). Che i suoi film siano dei congegni anche troppo perfetti di sceneggiatura, messinscena, cura maniacale dei particolari sino all’esasperazione, non ci può piovere sopra. Che sappia tirar fuori il meglio dagli attori mi pare pacifico. E nonostante la collaborazione illustrissima dei fratelli Coen per la scrittura del film, “Il ponte delle spie” è totalmente suo. Eppure celebrarlo come un capolavoro, come è stato fatto, mi pare esagerato; e proprio a causa di questa “perfezione” che talvolta, nel corso del film, mi son sentito poco emozionato.

Condotto da un Tom Hanks come sempre impeccabile, e che invecchiando diventa sempre più aderente alla fisicità delle classiche star americane del passato alla William Holden; reso accattivante dall’interpretazione stranita e distaccata di Mark Ryalance nei panni di Abel, la cui coolness non può non suscitare simpatia (e che ritroveremo nel prossimo Spielberg, “Il gigante gentile”), condito della più estrema fiducia nei confronti del concetto di democrazia all’americana (che indiscutibilmente è di per sé esemplare); contornato di figurine leziose, come la moglie di Donovan, ennesima mater familias all’americana così viva nei film del regista, ma anche con la capacità di mettere in discussione figure di autorità (l’accusa del poliziotto sul patio di casa Donovan, la mellifluità dei politici), il film del regista di “E.T.” interessa, intriga ma non scalda.

Forse qualche grammo di perfezione in meno e qualche sorpresa di regia (stupefacenti tutti gli oggetti di modernariato che appaiono nel corso della pellicola) mi avrebbe entusiasmato di più. In fondo anche il ritratto dei personaggi sono legati alla vecchia, classica, adorabile e immortale scuola americana. Ma Spielberg non è Billy Wilder, purtroppo. Anche se vedere un film dove si assiste all’edificazione del celeberrimo “the wall” non lascia indifferenti.

Trovo davvero sincera la dedizione di Spielberg all’umanesimo. Non ho dubbio alcuno sulla sua maestria; sarà anche stucchevole, talvolta (e menzognero, come in “Munich”) ma i suoi film sono calibratissimi. Però, nonostante non si sia di fronte alla paludata freddezza di un “Amistad”, la socratica pazienza nel dipanare le ragioni della libertà meriterebbero una piccola marcia in più.

IL PONTE DELLE SPIE (Bridges of spies)
U.S.A. 2015
regia: Steven Spielberg
con: Tom Hanks, Mark Ryalance, Alan Alda

giovanni natoli rubrica cinema su la voce di venezia

Giovanni Natoli

19/01/2016

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