Il Filo Nascosto, Anderson iperdotato ma dipendente dagli altri

Paul Thomas Anderson. Una colata di brodo di giuggiole si sta riversando sul suo ultimo nuovo film, “Il filo nascosto”, storia di un sarto con la sindrome di “Mammà” che risveglia se stesso grazie all’amore di una cameriera.

Paul Thomas Anderson è uno che secondo me gira film che somigliano a capolavori ma non lo sono. Solo che lui conosce i trucchi per fare sì che lo sembrino. Il suo nuovo film sembra davvero ammuffito. Perché questa forma espressiva magniloquente e indugiante, vecchia di secoli, dovrebbe rappresentare il cinema migliore? In un decennio e più in cui rare sono le forme originali e coraggiose espresse al cinema, Anderson rispolvera la vecchia fiaba della Bella e la Bestia e altre storie affini, quelle in cui i mostri si risvegliano grazie all’amore (non riesco a ritrovare il titolo di un racconto o film in cui avviene ciò, mannaggia all’età) e finalmente prendono vita; e questa volta la ricopre dei panni della miglior sartoria Scorsesiana (per dire, “L’età dell’innocenza” che però era esattamente l’opposto in termini di morale).

D’altronde a Anderson non difetta la dipendenza dal cinema altrui, che forse è la sua vera cifra stilistica. E fatemi spendere due parole sul suo cinema che definiscono la poetica del regista e confluiscono in massimo grado su questa pellicola: Anche nei momenti migliori i film di questo adolescente iperdotato son nati da altro; altro che era migliore di lui, che era più coraggioso e vitale di lui. Prendiamo un po’ di titoli: “Boogie nights”, che a me piace, è un mashup tra Altman e Scorsese. Ma ok, come esordio poteva funzionare alla grande. Il giovane che segue l’esempio dei maestri e fa un film su un tema particolare e poco battuto (all’epoca). Poi ricordo “Magnolia”. il film lo definii un’Altmanata biblica. Un affresco corale che tanto doveva all’Altman di “America oggi”, solo fastidiosamente petulante e logorroico (eppure il bel film di Altman venne criticato all’epoca) con tanto di canzonetta cantata attorno alle spoglie del’immenso Robards, che steccava assai persino nell’eccesso di buonavolontarismo enfatico del film.

“Ubriaco d’amore” era una fastidiosa rivisitazione dello slapstick Carygrantiano. Per non dire de “Il petroliere”: ci furono dei momenti che mi colpirono ma era così precisino e puntuale nel non stupirmi col suo prevedibile parabolare sulla solitudine del potere in stampo Faulkeriano. Poi, di ciò che ho visto, mi colpì molto “The master”; mi parve un film molto sentito e in cui la lezione dei maestri pareva finalmente digerita. Mal me ne incolse: le speranze riposte verso “Vizio di forma” vennero deluse. A parte il precedente altmaniano de “Il lungo addio”, capolavoro che chiudeva la questione dell’hard boiled e diceva qualcosa di inedito sugli anni 70 e sulla solitudine (film ampiamente bistrattato dai critici del tempo) ci sono dei tentativi di avvicinarsi ai Coen che perdono sul piano dell’espressione e sono dei plagi.

Eh già, Sportello che si avvicina al bordello con la musica di Lex Baxter non viene forse dal momento Sumac de “Il grande Lebowski”? E Phoenix, attore che amo, è solo una versione piatta del leggendario Drugo, eroe della sconfitta che sa trasmettere un’amarezza senza confini. E il lavoro sul noir fatto dai Coen è così perfetto e sottile; quello sì un epitaffio calembouresco e divertente a prescindere dal senso riposto della pellicola (può piacere anche a chi non va oltre “Animal House” anche se io ho odiato etichettare Drugo come personaggio goliardico e basta) a una generazione dei sogni perduti.

Inoltre, il carosello di personaggi borderline esibiti in questo lungo film non valgono i deliri dell’imperfetto ma seducente “Paura e delirio a Las Vegas”. Ora abbiamo questo sarto, malato di autismo emotivo, salvato da una servetta che ha l’intelligenza del cuore. Tre quarti di film per arrivare al dunque; prima Anderson doveva esibire tutta la sua “raffinatezza” con dettagli di stoffe, messaggi cifrati, sorelle complici. Dove sta il titolo del film che non ricordo? Perché si potrebbe sovrapporre benissimo a questo. Che ha il difetto di uno stile puntuale, troppo puntuale, troppo “prezioso”, troppo “sottile” per non rivelare invece la totale mancanza di sorprese e una bella quota di banalità. Con buona pace del protagonista, sempre immenso, sempre strabiliante. Daniel Day Lewis; lui si che è davvero la perfezione, in ogni film.

“IL FILO NASCOSTO”
(“Phantom thread” U.S.A. 2017)
Regia: Paul Thomas Anderson
Con: Daniel Day Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps.

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

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