I giorni a venire – di Valeria Ongaro – Giovane Holden Edizioni

ultimo aggiornamento: 06/02/2015 ore 18:22

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La forza della parola che raccoglie, cura e dice. La forza della parola che vede.
Quel raccontare che annusa, penetra, risveglia… e incanta. E noi qui ad ascoltare la voce della parola che ci affida sguardi, volti, destini di donne che fin dalle prime righe sentiamo di poter e voler amare definitivamente.

Sono qui, Nilde, Adalgisa, Grazia, con noi e fra noi, forse in mezzo a voi, in ascolto per guardarsi e sentirsi narrare.
Come se in una di queste serate nebbiose descritte dal poeta Iosif Brodskij dalla sua Fondamenta degli incurabili, sentissimo vibrare un suono d’armonica , in questa città, la nostra, illuminata dalla luna nelle gelide sere invernali”.

Lo scialle nero di Nilde, gli occhi grigi di Adalgisa, misteriosi e fieri ci conducono là, al confine di quella laguna ghiacciata che nel ’29 ha sfiorato la linea dell’orizzonte.
Ecco che la mano si accinge a sfogliare un vecchio album conservato con cura, lo porta bene il suo secolo narrato, i fogli sono intatti, solo un po’ ingialliti, le fotografie color ocra, a tratti argentee, diventano ciò che la mente inventa affidandosi alle puntuali descrizioni della scrittrice.
E si imprimono negli occhi, sostano silenti nel cuore, con tocco solido e insieme lieve.


Lo stile dell’autrice, incline ad esprimersi con complessa semplicità e attraverso immagini chiare e distinte, ci riporta a narrazioni di scrittrici come Natalia Ginzburg e Laura Morante che hanno praticato una scrittura “vera” connotata di ironia, umanità e confronto con il vissuto. Uno stile che rifugge l’evasione perché preme l’urgenza di raccontare i rapporti del gruppo familiare, la convivenza coniugale difficile e spesso fallimentare, l’incomprensione e la solitudine di quelle donne. E di altre come loro, non descritte, non narrate, ma non per questo invisibili ed estranee al loro e nostro meditare.

Nelle storie di vita i sentimenti si snodano nelle vicende di una famiglia protetta dalla reciproca dedizione delle donne per una sopravvivenza possibile. Per tutta la vita le protagoniste del romanzo si sono sorrette a vicenda, non si sono perse mai di vista, in un patto tacito e spontaneo le ha viste unite in un unico e incomparabile destino, fedeli e a quel libero patto che ha avvitato l’una nel destino dell’altra.

Il veneziano, lingua – dialetto, curato dall’autrice, ci riguarda e ci appartiene e nel leggere ascoltiamo la forza dell’oralità dialogante, la grammatica inesauribile del linguaggio del corpo.
Ci ritornano in mente situazioni ed emozioni che pensavamo di aver dimenticato. E insieme a quelle parole tramandate di genuina saggezza, ritroviamo le vecchie cucine, il freddo di un crudo inverno, i piedi gelati le coperte che non ce la fanno a scaldarci, sentiamo l’odore della polenta bruciacchiata, della zuppa di pane vecchio o di pasta e fagioli, rivediamo il ferro da stiro che oggi usiamo come soprammobile o fermaporta.


Ma ancor più forte del tempo che scorre e induce, ci scuote “l’affetto profondo” che lega l’esistenza di Nilde, di Adalgisa, di Grazia, intenso come lo sguardo di Penelope che nell’attesa di Ulisse nutriva la speranza del domani che pur albergava il suo cuore.
Adalgisa ripara i giorni a venire, perché “Al cor gentile rempaira sempre amore”, come ci ha detto il poeta Guido Guinizzelli ancor prima di Dante.
E qui ci piace dedicare questi versi… alla vita di quelle figure femminili che la scrittrice ci consegna.
Le parole riconciliano le distanze, compiono il miracolo di una resurrezione, rimuovono il silenzio, scavalcano l’oblio e ci accompagnano in un viaggio meravigliato. Eccoci ad accarezzare una terra ben arata e ancor pregna dei sapori delle stagioni, di preziose sementi e di feconde vendemmie.

In quel viaggio intrapreso con la lucidità del coraggio e la consapevolezza della ferita poetica che inducono i ricordi come quello di “un velo da sposa strappato a metà” alla fine di una cerimonia conquistata con sacrificio allo stremo, quel velo spezzato, presagio di dolore e di morte.
E insieme queste testimonianze ci rivelano la forza di relazioni solide, di vicinanza umana, di sentimenti e affetti condivisi, resistenti alla povertà, alle guerre, alla violenza.
Ce lo mostra, ce lo offre quel mondo di luci e di ombre, di riso e di pianto che si esprime nella semplicità e nella costanza del vivere, del vivere ancora, per arraffarla quella memoria di un tempo attraversato da due conflitti mondiali .
Un tempo appesantito da umiliazioni e sconfitte per mano di tempi agri, di figure maschili avide, violente, indifferenti alla sacralità del corpo della donna, figure vili, inconsistenti.

Uomini che la scrittrice osserva tuttavia senza animosità, in una registrazione quieta e sapiente dei fatti. Sa che Nilde, Adalgisa e Grazia hanno già sentenziato.
Queste pagine del vivere, rivivere un tempo smarrito nella nostra, talvolta cupa memoria, scarpe strette per la nostra assopita percezione del tempo passato, testimoniano un secolo travagliato in una Venezia capace di guardarsi dentro, di “sentirsi” città, luogo e nido della forza e del coraggio delle donne pur in tempi forzati dal segno della fatica, della povertà .
E insieme anni plasmati dal coraggio e dalla determinazione dei pensieri e delle azioni di quelle donne. Delle donne come loro, libere, creative, intelligenti e in grado di affrontare anche situazioni estreme.

E ancora le mani, pazienti e laboriose, rimediano il pane nel lavoro di servizio nelle case dei ricchi, nel lavoro stremante di cucito a sera inoltrata sul tavolo di legno della cucina, sotto una luce fioca. Le dita creano cuffiette, manopoline, ricamano lenzuola, allungano, accorciano le gonne, utilizzano tutto quel che c’è, nulla si può sprecare.
In quella luce struggente e pur vitale, si accende la nostra personale responsabilità, sentiamo che queste storie ci importano, che in queste vicende brilla un sole di verità e bellezza…
I giorni a venire ci travolgono, ascoltiamo incantati i dialoghi travolti da una saggezza che rimuove la nostra ignara neutralità, di pagina in pagina , con il fiato in sospeso riascoltiamo, impariamo nuovamente i sentimenti della paura, della speranza, del dolore: riscopriamo fatiche che avevamo oscurato, pregustiamo un riscatto, una liberazione.
Valeria Ongaro ci ha donato un’occasione straordinaria per recuperare la “distrazione” dei fatti e delle cose dimenticate, la sua scrittura etica ci dice che ciò che è stato è: resta e resiste.

Andreina Corso

[06/02/2015]

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  1. Colse poeta le parole e i sensi,
    le rapì dalla storia e le cullò
    nel fondo del suo sogno e i sensi fuse,
    e le ricombinò:

    … e fu Dalcìsa
    che in quegli occhi di bimba si smarriva
    … Venne spinta bruscamente contro un muro.
    … È così che si diventa donna? E ormai era cosa sua. Adesso avrebbe potuto sposare lui solo. Lui solo. E solo con lui avere dei bambini.
    … “Ma non sposare lui.” – No, no se pol – ripeteva ostinatamente, non sapeva se più spaventata, o più scandalizzata.
    … Lei credeva che ci si potesse sposare una volta sola e che quando ci si fosse sposati, si restasse sposati per sempre.
    … Era invecchiato, e molto, rispetto al giovane…
    … e vide “Spettro. L’amor di Dalcìsa.”
    … Quegli occhi di bimba guardavano lontano.
    … Davanti alla Dalcìsa si stendevano
    luminosi, i giorni a venire.

    Sarà pubblicazion? Sarà projetto
    da d’altr’anima opra a mondi altrui?
    Poeta non se n’duol; ne chiederà
    licenza a’ Superiori.

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