Hungry Hearts, il bambino indaco che sconvolge le vite. Di giovanni Natoli

ultimo aggiornamento: 01/02/2015 ore 19:21

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Lo confesso: all’inizio mi stavo dirigendo a vedere “The imitation game”. Un po’ malvolentieri (per come possa io andare malvolentieri al cinema). Non avevo alcun pregiudizio verso il film se non che è un biopic, mia croce cinematografica. Poi una serie di contrattempi mi han fatto arrivare in ritardo per la proiezione e mi sono imbattuto nell’ultimo film di Saverio Costanzo ( sì, figlio di Maurizio Costanzo), “Hungry Hearts”, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia. Confesso di non esser stato al corrente della sua programmazione.

Una rapida occhiata alle pagine del sito Mymovies mi han fatto propendere per la visione; il soggetto, molto interessante, viene da un romanzo dello scrittore veneziano Marco Franzoso “Il bambino indaco”, uscito per i tipi della Einaudi nel 2012. Non ho letto questo romanzo ma mi riprometto di farlo al più presto.

Cosa sono i bambini “indaco”? Nel 1999 i teorici parascientifici new age Carroll e Tober individuano un’attesa nascita di una specie di bambini particolari, dotati di grande empatia e di doti di chiaroveggenza e capacità di parlare con gli angeli. I futuri bambini indaco sono un leit motiv delle teorie new age; sono una specie di Gesù Cristo.
Personalmente trovo sia una delle tante aberrazioni di moda negli ultimi decenni prodotte da quel surrogato religioso che in maniera più meno sottile accompagna la nostra epoca, così bisognosa di colmare dei vuoti spirituali, peraltro comprensibili.
Parere mio e, forse anche dell’autore; ma non mi è dato sapere. D’altra parte è altro che interessa a Costanzo (e immagino anche a Franzoso).


Questo “Hungry heatrs” può essere letto come una metafora del disagio contemporaneo di un avvento centrale (anzi, l’avvento centrale per eccellenza): la nascita di un essere umano. Ogni epoca ha visto la relazione con i bambini e con il parto in maniera differente: secoli fa, ma anche decenni fa, mettere al mondo un figlio era un evento sì magnifico ma vissuto in maniera più drastica, con tutti i pro e contro. Oggi, in occidente le cose sono cambiate; per molti versi in bene, per alcuni versi se non in male perlomeno in maniera problematica.

Il film comincia in maniera divertente: i due protagonisti, Jude e Mina (Adam Driver e Alba Rorwacher, compagna nella vita del regista) si trovano insieme per caso. Un caso decisamente bizzarro: sono bloccati in una toilette di un ristorante cinese in una città americana. Lui ha appena prodotto delle deiezioni dall’olezzo ripugnante e Mina si trova in un doppio guaio. L’espediente sembra far partire una commedia; in realtà siamo in un quasi thriller dalle sfumature polanskiane. Facile pensare a un “Rosemary’s Baby” alla rovescia. Basta una visita a una chiromante e un sogno ricorrente a mescolare le carte.

Un bambino in odore di divinità, una madre iperprotettiva che crolla psichicamente. Un padre che vuole a tutti i costi salvare un bambino che ha voluto egoisticamente avere. Una suocera che si accorge di come stan le cose e aiuta il figlio a portare avanti la crescita del piccolo ospitandolo in casa sua, dopo che gli estremi portano un’avvocatessa a far realizzare a Jude quello che “tecnicamente è un rapimento” (battuta del film)…


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