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Hellas Verona: un'altalena tra A e B che non fa bene a nessuno

L’Hellas Verona ritorna in serie A all’ultimo respiro.
In questi mesi si è scritto e detto di tutto sul fatto che la squadra a disposizione di Fabio Grosso fosse una corazzata che doveva annientare gli avversari.

La realtà ha dimostrato tutt’altro, che le idee rivoluzionarie dell’ex campione del mondo sono state fallimentari. Non so se si tratti di puro caso o fatalità ma tutti gli eroi del 2006 si sono o si stanno dimostrando allenatori mediocri. Forse sono vittime di un protagonismo che poco si addice al mondo del calcio inteso come campo.

Moduli astrusi, tattiche assurde, giocatori fuori ruolo nel nome di chissà quali idee. Oppure, molto più semplicemente, tutti figli illegittimi di Guardiola e del guardiolismo, uno dei grandi mali moderni. Molti devono ancora comprendere che il famoso tiki-taka era possibile solamente grazie a Messi, Xavi e Iniesta. Non è un caso che da allora, lo stesso allenatore spagnolo sia stato un fallimento a livello internazionale.

Lo ha dimostrato Alfredo Aglietti, un onesto mestierante che è riuscito in una impresa che pareva impossibile fino a un mese fa.

Ha lavorato sulla testa e sull’ovvietà, rimettendo i giocatori nelle loro posizioni naturali; il terzino a fare il terzino, il mediano a fare il mediano e così via. Così facendo ha vinto i play-off quando nessuno vi credeva più. Nemmeno l’irriducibile popolo gialloblù.

Eppure, nonostante una impresa che giustamente Aglietti ritiene tutta sua, il presidente Setti si sta riservando di riflettere.

Non è bastata la promozione per impedire circolassero le voci su un contatto con Ivan Juric, l’ex tecnico di Crotone e Genoa (più volte).

Sicuramente si trattano di contatti precedenti all’arrivo di Aglietti sulla panchina ma davvero si vuole abbandonare un mister amato e sorretto a furore di popolo? E certamente non per un Conte, un Allegri o Sarri.

Alfredo Aglietti non ha certamente l’esperienza della massima serie ma ha l’entusiasmo per affrontarla e soprattutto il diritto. D’altra parte, come si dice in questi casi, se l’è guadagnato sul campo.

Chiunque sarà l’allenatore, è ora che la società programmi davvero il futuro.

Inutile riempirsi la bocca di modello Atalanta, Borussia Dortmund e simili se, si continua a fare l’altalena tra A e B. La programmazione è una cosa lunga e faticosa, che non si può improvvisare e soprattutto fare cambiando continuamente uomini nelle stanze dei bottoni.

Troppi Allenatori, troppi direttori sportivi e troppi fallimenti negli ultimi anni. Le società medio-piccole devono vivere di plusvalenze e anche queste bisogna saperle fare. Ci vogliono dei punti fermi e nonostante molti volessero la sua testa, quello di Tony D’Amico deve essere uno di questi. Ha dimostrato che la rosa messa a disposizione valeva la serie A.

Va sottolineato però, che di questa formazione, ben pochi non sfigurerebbero in serie A.
Silvestri, Pazzini e pochi altri garantirebbero continuità, se ci si vuole salvare ci vuole ben altro. Acquisti mirati e ragionati e la speranza di scoprire qualche talento poco conosciuto da far esplodere.

Una buona base era la Primavera, serbatoio da cui attingere che però negli ultimi anni è stato svuotato.

Dall’addio di Pavanel (grande campionato a Trieste dove si sta lottando la promozione in B), le cose sono molto cambiate. Dal torneo di Viareggio alla retrocessione e relativa mancata promozione.

Anche tra i giovani bisognerebbe ripartire davvero, se si vuole farlo si ricordi che a Bergamo il presidente Percassi è oltre vent’anni che si da da fare in merito.

Non dall’oggi al domani, ci vuole tempo, molto tempo.

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