Heart of the sea, nel Moby Dick la schiettezza e la fiducia di Ron Howard

ultimo aggiornamento: 21/02/2016 ore 16:28

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Heart of the sea, nel Moby Dick la schiettezza e la fiducia di Ron Howard

“Moby Dick” di Melville ci trascina dentro il mistero di Achab e la sua sete di vendetta, una vendetta sacrilega, il peccato irredimibile, vista la metaforica essenza della balena bianca come incarnazione di Dio, un Dio che indifferente muove la sua Forza e conduce negli abissi gli uomini.

E’ con una certa curiosità che mi son visto “Heart of the sea” di Ron Howard, regista che, nel solco di Spielberg, ha prodotto film non disprezzabili e comunque mediamente onesti (escludendo i polpettoni della saga di Dan Brown).
Onesti di quell’onestà simile a quella del suo maestro Spielberg, del quale è una derivazione comunque personale. La fiducia nell’essere umano, l’esposizione limpida e dettagliata della messinscena, un sentore di melassa di tanto in tanto, nel puro stampo hollywoodiano ma anche una certa passionalità nella scelta e nella trattazione dei temi.


“Heart of the sea” non sfugge a questa regola, che sa di tempi antichi e di personaggi antichi.
Il film, tratto dal romanzo omonimo di Nathaniel Philbrick (un nome proprio decisamente melvilliano…) racconta i fatti della baleniera Essex che ispirarono il Grande Romanzo americano di Melville.

Nella storia si immagina un Melville giovane e incerto sulle sue doti (Ben Whislaw) che gioca il tutto per tutto nella creazione del suo capolavoro e conduce una drammatica inchiesta incontrando Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), quello che allora era il più giovane componente dell’equipaggio, al momento dell’incontro un corpulento e anziano albergatore dedito al whiskey per coprire il terribile segreto di quella vicenda.
Da questo espediente parte un flashback che, a parte alcuni ritorni al presente del film, copre l’intera pellicola.

Come per il buon “Rush” anche in questo film a Howard interessa principalmente lo scontro dei caratteri. I due protagonisti del film, il primo ufficiale Ben Chase e il capitano George Pollard, interpretati


The Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico. Di Giovanni Natoli.

rispettivamente da Chris Hemsworth e Benjamin Walker. Lo scontro è su più livelli ed è basato su differenze di censo e di origine. Chase è considerato un parvenu, benchè baleniere nato, mentre Pollard appartiene alla più pura schiatta di nobiltà marinaresca e quindi è destinato a seguire le orme della famiglia.
All’interno di questo scontro/incontro abbiamo il mare, rappresentato nella classica visione onnivora e inconoscibile, vasta e desertica tipica di storie come queste.

Le qualità di “Heart of the sea” stanno proprio nella schiettezza e nella fiducia di Howard per storie come questa: cinema fuori dal tempo che però trova ampi consensi di pubblico. Fiducia nel valore dell’onestà, necessità della confessione come catarsi, elegia del tempo che cambia ritratto nel suo limitare, elogio del coraggio; anche fisicamente i due protagonisti si contrappongono.
Chase sin da principio mette in luce tutta la sua fisicità mentre Pollard, dapprima ingigantito dalla palandrana militare subirà una “spoliazione” che ne metterà a nudo i pregiudizi mentre sono arenati in un’isola dopo il naufragio..

I limiti sono rintracciabili in parte proprio negli stessi elementi appena elencati. Innanzitutto il mare: e questo è il difetto grave. Nonostante tutto lo sforzo per riprenderne la vastità e Heart of the sea, nel Moby Dick la schiettezza e la fiducia di Ron Howard l’indifferenza, che son la stessa cosa, non son riuscito a provare un autentico brivido per l’ “elemento” e non so dirne il perchè.
Non ci sono grandi ombre nelle personalità. Siamo in una condizione pre-Conradiana, un passo prima de “La linea d’ombra” e del carico di fantasmi. Hemsworth è il ritratto della salute e del coraggio così come Walker è chiuso nella possente divisa di capitano ma necessita di un salto in avanti interiore (che avverrà nel finale della storia) per definirsi completamente uomo e autonomo, anche se ad alto prezzo.

Questo e certe inquadrature fatte apposta per il 3D, esteticamente troppo caratterizzate per non rompere la continuità estetica (ho visto il film in 2D e ho notato questo difetto così “vintage” per il 3D), il diffondersi della musica nei momenti classicamente topici limitano la riuscita di “Heart of the sea”.

E’ come se Howard possedesse in parte lo stesso difetto di Spielberg, di quello degli ultimi anni: l’ossessione per la puntualità descrittiva che talvolta riesce fredda. Ma nonostante ciò, anche se non in maniera divertente e appassionante come in “Rush”, passa la genuinità di un regista che a tratti rischia di fare la figura (positiva) di un autore ossessionato da tematiche personali e la cui ipoteca verso Spielberg risulta allentata dalla convinzione di questo perseguimento. Per cui il giudizio alla fine è quasi sufficiente proprio grazie a questo spirito demodè ma niente affatto snob.

HEART OF THE SEA – LE ORIGINI DI MOBY DICK
(In the heart of the sea)

giovanni natoli columnist la voce di venezia

Giovanni Natoli

23/12/2015

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