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haiku lampo genio di giulia bovo

In una società moderna dove non c’è spazio per la frivolezza, per le arti, per l’introspezione, per ciò che non è pratico, un agglomerato di persone che seguono strade che le portano sempre più ad esser sole in mezzo a tanti, in una società che ha perso di vista la magnificenza del perdersi, vorrei lanciare un piccolo grido di aiuto nei confronti dell’haiku.
È un componimento poetico che nasce in Giappone nel XVII secolo e che pare essere espressione pura di quanto può essere l’arte orientale: espressivo in una ingannevole semplicità che, giocando in un sintetico contrasto tra osservazione e riflessione, catapulta il lettore attraverso due mondi semanticamente o concettualmente differenti, e lo fa in soli tre versi.

Deve il suo nome al poeta e haijin (compositore di haiku) Masaoka Shiki, che lo conierà soltanto nel XIX secolo, mentre il periodo di più fervente produzione e rivisitazione si ottiene già nel periodo Edo, divenendo immediatamente lo stile di poesia per ogni classe sociale. Mentre questo accade in Giappone, in Italia e nel resto del mondo questo stile poetico non gode di un invero meritato successo. Mario Chini li introdurrà per la prima volta chiamandoli “attimi”, con una struttura che non rispecchia però quella classica. Altri grandi poeti che provarono a crearne furono D’Annunzio, Ungaretti, Saba e Quasimodo. Quest’ultimo discostandosi talmente dalla struttura classica, da mettere in discussione la classificazione del suo operato.
Lasciando per un momento da parte la metrica, spesso rivisitata dagli haijin, andiamo a vedere cosa rende l’haiku così straordinario e degno di nota.

Questo tipo di componimento, come già accennato, si presenta in una semplicità ingannevole, privo di fronzoli grammaticali, altisonanti paroloni o forbitismi. Ha un linguaggio chiaro e scorrevole, sintetico e plastico. Introduce il lettore in un momento di pura osservazione di un istante, sempre collegato alla natura, dando spazio al crescere di una emozione di simbiosi di tipo buddhista con il mondo, in un clima di armonia e quasi illuminazione. Il lettore diviene colui che osserva, in un mondo che pare non avere il dono della vista, perchè in quel momento sta cogliendo l’immenso in ciò che generalmente sfugge.
E poi, come in un piatto agrodolce, ecco lo sconvolgimento, l’improvviso ribaltamento del senso semantico o concettuale dell’osservazione. Generalmente alla fine del primo o del secondo verso, si introduce il kireji, separandolo dal resto. È una parola chiave che spalanca la porta attraverso un …

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2 persone hanno commentato questa notizia

  1. Un viaggio delicato ci accoglie in questo articolo pieno di sapienza, forza e insieme di leggerezza.
    Si muove un batter d’ali nell’ascolto del verso, il rumore del sonno di un neonato, una pioggia lieve e discreta.
    E’ un bel mondo quello che si nutre della parola che ci dice sottovoce che esistiamo. Che là, dentro le lettere ci siamo anche noi con le nostre umane esistenze e il fiato sospeso.

    Andreina Corso

  2. Ho trovato l’articolo molto interessante, di facile comprensione….. Ho letto l’haiku piu volte, e, ogni volta un’emozione diversa…. Fantastico! Non ne avevo mai sentito parlare, ma sinceramente non mi dispiacerebbe leggerne ancora per ritagliarmi un piccolo spazio di pace in questa caotica quotidianità….

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