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Esiste realmente la volontà di sconfiggere lo Stato Islamico?

Il presente articolo trae spunto da una conferenza sul ruolo della Russia in Medio Oriente tenutasi a Bruxelles, lo scorso 27 gennaio 2016, presso l’European Policy Centre/King Baudouin Foundation.

In tale occasione, Vladimir Chizhov, ambasciatore della Federazione Russa presso l’Unione Europea, ha illustrato e difeso le ragioni del proprio Stato impegnato militarmente a fianco del Governo di Assad, ricevendo le critiche di alcune Organizzazioni Non Governative e di altri opinionisti occidentali, in quanto l’attuale regime siriano non rispetta i diritti umani e i principi della democrazia. Il dibattito che ne è seguito ha rappresentato il classico scontro di idee, ormai sempre più sterile e ipocrita, che polarizza l’opinione pubblica tra i due poli «pro Putin» e «anti Putin».

Tuttavia, la conferenza ha raggiunto un momento intellettivamente elevato e moralmente onesto grazie all’intervento del brillante giornalista e scrittore spagnolo Javier Nart (molto noto nel suo Paese di origine). Profondo conoscitore delle Nazioni mediorientali in cui ha viaggiato anche di recente e intellettuale estremamente franco e onesto, Nart ha, a un certo punto, evidenziato una profonda incongruenza di tutta la strategia internazionale contro l’ISIS.

Il Califfato controlla un’area vastissima e i vari fronti su cui combattono le sue truppe sono distanti, l’uno dall’altro, centinaia di chilometri. Questo immenso sforzo bellico richiede rifornimenti costanti in termini di armi, munizioni, carburante, cibo e vettovagliamenti generali che vengono trasportati da centinaia di camion dell’ISIS ogni giorno su strade, autostrade e piste che si snodano in aree desertiche e semidesertiche. Non si tratta del sentiero di Ho Chi Minh (attraverso cui venivano riforniti i Viet Cong) che passava per foreste pluviali, ma di una serie di percorsi che attraversano lande desolate, inospitali, pressoché prive di vegetazione e che rappresentano un autentico «paradiso» per i bombardieri siccome nessun mezzo può transitarvi rimanendovi nascosto.

Con le moderne tecnologie (satelliti, missili aria-terra attratti dal calore dei motori dei camion, bombardieri «invisibili») sarebbe possibile annientare pressoché qualsiasi veicolo che attraversi di giorno o di notte quelle immense e sterminate terre desertiche, senza nemmeno rischiare l’abbattimento dei propri velivoli, siccome il nemico non dispone di una tecnologia in grado di costituire una seria minaccia in questo tipo di guerra.

Durante la permanenza in Siria e Iraq, Javier Nart ha chiesto ripetutamente ai comandi militari come mai non venissero bombardati i camion che portavano i rifornimenti in modo da «spezzare» la potenza espansiva del Califfato e la sua continuità territoriale, costringendo lo Stato Islamico a difendersi e ad arroccarsi in cinque o sei località principali, in quanto logisticamente impossibilitato a rifornire una serie di fronti tanto estesi.

La risposta dei comandi militari è stata che i camion che trasportano i rifornimenti sono condotti da dei civili e, dunque, non possono essere bombardati. Il giornalista spagnolo non si è spinto oltre e il dibattito è continuato secondo gli ormai consueti schemi «pro Putin» e «anti Putin» che non toccano i reali problemi.

Cerchiamo ora di trarre delle conclusioni oggettive e oneste. Oltre all’impossibilità di controllare l’attendibilità della fonte e sapere se realmente gli autisti dei mezzi di trasporto siano dei civili, non si può non rilevare l’ipocrisia morale e disonestà intellettuale che si celano dietro le risposte ufficiali dei comandi militari. Davanti alla morte di migliaia di innocenti, riduzione in schiavitù di migliaia di donne, violenze inaudite, distruzione di città, villaggi e siti archeologici, la vita di alcuni «civili» che conducono i camion che riforniscono le forze dello Stato Islamico dovrebbe apparire secondaria, se non del tutto irrilevante.

Una simile risposta, anche singolarmente considerata, ci autorizza a concludere che non esiste una reale e seria volontà internazionale di «liquidare» il Califfato, quanto meno nel breve periodo, ma semplicemente di contenerlo. Dunque, almeno per ora, i miliziani dello Stato Islamico non rischiano di fare una fine tragica.

Ma quali possono essere i motivi per lasciare il Califfato al suo posto?

Per gli Stati Uniti la sconfitta dell’ISIS significherebbe un enorme rafforzamento del regime siriano di Assad. A quel punto, la Coalizione Nazionale Siriana e l’Esercito Siriano Libero che si battono contro il governo legittimo con l’appoggio degli alleati occidentali potrebbe essere schiacciati con relativa facilità dalle truppe di Assad. Pertanto, l’élite siriana rimarrebbe saldamente legata agli interessi di Mosca e non sarebbe sostituita da una nuova filoamericana (ovviamente poco o nulla cambierebbe per la gran parte del popolo siriano). Da questo punto di vista, molto probabilmente la Federazione Russa oggi ha un maggior interesse ad abbattere il Califfato rispetto agli alleati occidentali al fine di conservare lo status quo in Siria.

Secondariamente, l’attività bellica derivante dalla Guerra Santa del Califfato rappresenta un business colossale per l’industria internazionale delle armi. Un enorme numero di affaristi di tutte le nazionalità (al cui confronto Alberto Sordi nel suo celebre film «Finché c’è guerra c’è speranza» sarebbe oggi un «dilettante») vende materiale bellico e rifornimenti a tutti gli opposti schieramenti militari. Si tratta di giro di affari di miliardi di Euro.

Infine, cesserebbe una parte significativa di quell’ondata di profughi che, nel breve periodo, «nutre» le mafie internazionali e il «business» dell’accoglienza e, nel lungo periodo, serve a ingrossare le file di quell’«esercito industriale di riserva» che sarà necessario nei prossimi anni per ridurre ulteriormente il costo del lavoro. Infatti, è estremamente difficile, in un mondo globalizzato, che le imprese italiane ed europee continuino ad essere «competitive» pagando un lavoratore metalmeccanico o tessile 1400-2000 Euro al mese garantendogli tutta una serie di «costosi» diritti che i loro «colleghi» cinesi, vietnamiti o americani (basti pensare alle Free Trade Zones/ Maquiladoras al confine tra il Messico e gli USA) non hanno.

I ceti dominanti dietro il Governo di Mosca non hanno sicuramente interessi di questo tipo, siccome dispongono già di un immenso proletariato abituato a sopravvivere in «condizioni estreme» e vendere il proprio lavoro a condizioni molto convenienti (per il capitale) dopo l’abbattimento della tanto «tirannica» URSS, per cui non hanno nulla da guadagnare da «esodi» di bibliche proporzioni. Anzi hanno persino compreso gli effetti destabilizzanti che tali spostamenti possono generare per la pace nel mondo.

Invece, all’interno dell’Unione Europea, la formazione di una massa di dis/sottodisoccupati (fenomeno attualmente solo agli inizi) pronti a vendere il proprio lavoro al di sotto delle condizioni di «sussistenza occidentali» può indebolire il fronte dei lavoratori molto più di mille innovazioni legislative, senza dover nemmeno «comprare» partiti, movimenti, sindacati, giornali, uomini politici e intellettuali per «sensibilizzare» l’opinione pubblica e dirigere «le scelte parlamentari» nel senso «buono» (ovverosia liberal-capitalista di tipo globale). In altre parole, la «fame» derivante dalla concorrenza per il «pane» indebolisce i lavoratori più dei «sofismi» dei ceti dominanti, anche se questi ultimi hanno comunque il loro ruolo nella tenuta ideale del sistema.

Di conseguenza, risulta evidente che lo Stato Islamico continuerà a riempire le pagine dei giornali occidentali ancora per un periodo significativo, ovverosia fino a quando l’area non sarà definitivamente sotto l’influenza occidentale (o più improbabilmente russa) o non accadranno altri eventi che renderanno la sua esistenza superflua o persino dannosa. A quel punto, qualche massiccio bombardamento alle vie di rifornimento/collegamento del Califfato unito una «coraggiosa ed eroica offensiva finale» esaltata dai media farà passare un modestissimo sforzo bellico della superpotenza americana e dei suoi alleati per una vittoria epocale sul terrorismo internazionale.

Tuttavia, almeno per ora, sulla stampa, in internet e in televisione si alterneranno immagini di monumenti distrutti, foto di cadaveri di innocenti uccisi barbaramente, scene di combattimenti strada per strada con titoli apocalittici e sensazionalistici in quanto il Califfato «è destinato» a resistere, mentre l’uomo comune nemmeno pensa al fatto che i giornalisti e le testate (almeno quelle le più importanti e non indipendenti) «appartengono» alle stesse forze socio-economiche che controllano le nostre economie e non fanno altro che riportare «le idee» che servono gli interessi dei gruppi egemoni.

Ieri, come durante la Prima Guerra Mondiale, per comprendere la reale natura e le reali cause dei conflitti bellici, occorre tornare alle parole, sempre attuali, del grande politico socialdemocratico tedesco Karl Liebknecht: «Der Hauptfeind steht im eigenen Land!» (Il nemico principale è in casa propria!). L’ISIS è solo un effetto, non una causa. Le vere cause e il nemico principale sono qui a casa nostra, nei Paesi Occidentali, soprattutto negli USA.

Per noi europei tale nemico ha anche un nome: è l’oligarchia capitalistica che governa le «democrazie» occidentali (non la «casta politica» che è un semplice «inserviente»). Per il russo è la propria oligarchia. Per il siriano è la propria oligarchia. Unicamente rendendosi conto di tale realtà può iniziare un vero cambiamento politico, non i dibattiti «pro» o «anti Putin» o sui «diritti umani» o sulla «cultura dell’accoglienza» che costituiscono solo le «ombre» proiettate sui muri del celebre mito della Caverna Platonica. Ovviamente gettare uno sguardo oltre «l’arido velo» richiede coraggio, ma la libertà e l’onestà non sono le virtù degli animi mediocri.

Con questo breve articolo spero di aver fornito una chiave di lettura per non scadere nei soliti luoghi comuni e sterili dibattiti tra sordi. State tranquilli che la «democrazia» e la difesa dei «diritti umani» non hanno mai giustificato i capitali e i rischi necessari per iniziare un’operazione militare o una guerra, né tali valori interessano realmente alle oligarchie occidentali o di altri Paesi. Al tempo stesso, solo in questo modo si spiega come mai esista una «cultura dell’accoglienza» difesa così strenuamente dai governi europei, mentre vengono ignorate le enormi sacche di povertà che si stanno formando tra la popolazione nativa. Inoltre, con il progressivo peggioramento delle condizioni socio-economiche qui in Occidente, è altamente probabile che anche i nostri Stati «democratici» imparino, nei prossimi decenni, a tirare fuori «le unghie» e «i denti» contro i propri cittadini se la protesta e il malcontento sociale dovessero venire realmente incanalati in modo da mettere in crisi lo status quo sostanziale…

E’ bene che l’uomo medio europeo inizi a meditare con disincanto e realismo sul mondo in cui vive siccome, a breve, non sarà nemmeno lui più tanto al sicuro…

Avv. Gianluca Teat

Per ulteriori informazioni potete contattarmi gt.teat@gmail.com o tramite il profilo Facebook Avv. Gianluca Teat

(Immagine: foto scattata durante la conferenza).

Riproduzione Riservata.

 

6 persone hanno commentato questa notizia

  1. Sono d’accordo con quanto scrive l ‘avv Teat anche e soprattutto dopo la recente strage alla metropolitana di Bruxelles. Non c’è una vera volontà a sconfiggere l’ISIS anche se, come scritto nell’articolo, i modi ci sarebbero. Purtroppo dovremmo presto aspettarci un’altro colpo magistrale dell’organizzazione rimanendo tutti vittime dei giochi di potere e delle convenienze economiche.
    Complimenti avvocato.

  2. Articolo veramente ottimo, chiarissima l’esposizione che permette di riflettere meglio sull’argomento preso in esame e fornire un’ottica di vedute più ampia rispetto
    a quanto viene abitualmente diffuso anche da altre fonti mediatiche.
    La verità e la correttezza d’informazione sono indice di saggezza! avanti così spettabile avvocato Teat
    Sig. Antonio

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