Drone che ha ucciso Lo Porto forse impiegato contro barconi della Libia

ultimo aggiornamento: 24/04/2015 ore 07:05

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drone americano  lo porto VTNAZ

L’ostaggio italiano Giovanni Lo Porto, scomparso nel gennaio 2012, è rimasto ucciso nel corso di un raid americano contro al Qaida nel gennaio scorso, al confine tra Pakistan e Afghanistan.
Si trattava di una operazione anti al Qaida in cui sono rimasti uccisi l’ostaggio italiano Giovanni Lo Porto e quello americano Warren Weinstein, condotta con un drone della Cia.
“Riteniamo che due altri americani siano stati uccisi in operazioni antiterrorismo Usa nella stessa regione”, dove sono morti Lo Porto e Weintein, ha reso noto la Casa Bianca, spiegando che si tratta di due membri di al Qaida.

Il presidente americano, Barack Obama, “si assume la piena responsabilità delle operazioni in cui sono rimasti uccisi gli ostaggi di al Qaida Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein”: lo afferma la Casa Bianca, precisando che “il presidente ha dato direttive per diffondere più informazioni possibile”.
Obama ha quindi ricordato la figura di Giovanni Lo Porto, un uomo che ha prestato servizio dal Centrafrica ad Haiti e – ha sottolineato il presidente americano – si era innamorato del Pakistan, convinto che la sua attivita’ potesse fare la differenza per tante persone in quel Paese.
“Voglio esprimere le più profonde condoglianze alla famiglia di Giovanni Lo Porto e a quella di Warren Weinstein” ha detto Obama.


Il drone utilizzato per il raid che a gennaio al confine tra Pakistan e Afghanistan è costato la vita a Giovanni Lo Porto è quasi sicuramente la versione armata del Predator, la B/MQ-9 ‘Reaper’ (‘Mietitore’), dotata di un massimo di tre missili aria-terra anti-carro ‘Hellfire’. Si tratta in effetti dello stesso drone di cui è ipotizzato l’impiego in questi giorni per colpire e affondare i barconi dei trafficanti di esseri umani in Libia.

Costruito dalla General Atomics Aeronautical Systems, questa versione del Predator ha appena raggiunto il traguardo – il 16 marzo scorso – del milione di ore di volo, il 90% delle quali in missioni di guerra, secondo quanto riporta la pubblicazione specializzata Jane’s. Un numero pari a un terzo del totale dell’intera flotta di tutte le versioni Predator e che aumenta al ritmo di 22 mila ore al mese.
L’aereo a pilotaggio remoto Predator B/MQ-9 è una versione più grande del suo predecessore, l’RQ-1, originariamente progettato solo per la sorveglianza a lunga autonomia ed a elevate altitudini. Costa circa 17 milioni di dollari ad unità, ha un propulsore turboelica da 950 Hp, un’apertura alare di 20,1 metri, è lungo 10,8 metri ed alto 3,8. Può raggiungere una velocità massima di 450 km/h e un’altitudine operativa di 15.000 metri circa, con una autonomia di circa 30 ore. Dotato di sensori e dispositivi ottici molto sofisticati, può registrare e ritrasmettere in tempo reale immagini ad alta definizione. La telecamera all’infrarosso può identificare lo spettro di calore di una persona da grandi altezze.

Il ‘Reaper’ viene pilotato da remoto, via satellite, e l’equipaggio ‘a terra’ (ma la postazione può essere anche imbarcata su un aereo da trasporto come il C-130) è composto da un pilota e uno o più specialisti che si occupano dei sensori e del carico bellico. Quest’ultimo, di circa 340 kg, può essere di 2-3 missili Hellfire oppure di bombe a guida laser. Ma c’è anche chi parla di missili antiradar e aria-aria di ultima generazione.


Mario Nascimbeni

24/04/2015

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