Dogman, il film con una sua forza che non può lasciare indifferenti

Difficile trovare un antropologo visuale più definito di Matteo Garrone nel panorama italiano. I suoi film hanno una impressione della realtà, formulata sia dal vissuto che dai media che filtrano tale vissuto (“L’imbalsamatore” è un mix di realismo e cronache di “Chi l’ha visto?” con un’Italia sguarnita di ogni bellezza) da lasciare stupefatti.

E anche “Dogman” non sfugge a questa regola; i volti e i corpi rappresentati in questo film, vagamente ispirato ai fatti del “Canaro”, una vicenda che scosse l’Italia agli albori degli anni 80, sono corpi e volti di un’Italia ai bordi dei centri storici ritratti con una puntualità quasi da calligrafista.

Questa parabola di un piccolissimo tipo umano, borderline tra legalità e illegalità, tramite tra spacciatori e consumatori di cocaina; col suo piccolissimo negozio di toelettatura per cani incastonato in un non luogo, a fianco di un compraoro e una sala slot è un racconto la cui tragicità appare sin dalle prime scene. Marcello, il protagonista, è un omino smunto e scavato, tutto occhi e denti che coltiva una precaria pace esistenziale pulendo con amore i cani e donandosi tutto alla figlia, adorabile, frutto di un matrimonio fallito. Ma ha un “problema”; e il nome del problema è Simoncino, detto Simo; ex pugile, completamente schiavo della cocaina, che usa il piccolo Marcello per realizzare le sue rapine. Marcello non solo è ubbidiente ma ha quasi un affetto per Simo, che sembra più una sindrome di sudditanza che altro. Soprattutto psicologica: Simo è forte e cattivo, di una cattiveria che nasconde una non identificata disperazione. Simo si fa rispettare anche se ha torto e non ha più remore ed empatia, nemmeno per sua madre. Simo sfonda pareti e spacca videogames se non gli si dà quel che vuole; Marcello è mite e inerme e può solo stare a galla o inventarsi una felicità di piccole cose.

Senza spoilerare altro è indubbio che Garrone vada a nozze con storie così marginali e con una rappresentazione di un’Italia che non ama vedersi e che si stordisce con tutti i mezzi possibili.

Però io ho un però, un però che mi impedisce dal gridare al miracolo. Film come “L’imbalsamatore” o “Gomorra”, pur nel piano prestabilito, giravano pazzi e liberi con coordinate spaziotemporali chiuse che sembravano apertissime. In “Dogman” c’è una programmaticità un po’ eccessiva che secondo me frena il risultato.

Se la precisione estetica qui raggiunge una compiutezza formale superiore ai precedenti film, la storia di Marcello è troppo già scritta per spiazzare, al contrario che nel passato (ovviamente non tengo in conto “Tale of tales”).

Paradossalmente gli spazi angusti di questa periferia similostiense degna della famiglia Spada restano spazi angusti del raccontare e non bastano le due dolci immersioni sottomarine con la figlia (un po’ di maniera) a farci respirare come nel passato.

E anche le fulminanti immagini “fisse” (l’alano sul lettino da toilette) pur non essendo mai “alla Sorrentino” risultano un po’ fini a loro stesse, per quanto sempre composte da un pittore di razza.

Per cui “Dogman” sì ma con riserva. Indubbiamente il film ha una sua forza che non può lasciare indifferenti ma è forse troppo “risolta” per metterci i brividi.

DOGMAN
(ID. Italia, 2018)
Regia: Matteo Garrone
Con : Marcello Fonte, Edoardo Pesce

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