Di Vittoria e Abdul, salvo Judi Dench

Un po’ di vita reale; mi sono recato a vedere questo “Vittoria e Abdul”, racconto della “strana” amicizia tra la regina Vittoria d’Inghilterra e lo scrivano “savànt” Abdul Karim, raccontata nel romanzo di Shrabani Basu) anche per fare un regalo alla persona a me più vicina; comunque per me andare al cinema è sempre un piacere. Non fate caso se recensisco in maniera negativa certi film; per me un pomeriggio al cinema, anche a vedere Fast&Furious 90000000 non è mai tempo perso. Il cinema e la sala sono un’esperienza magica a prescindere.

Chissà perché mi viene or ora in mente l’immagine della visione del terrificante “Un due tre stella” di Bertrand Blier in un cinema Astra ancora semidecrepito. Forse, film a parte, amai quel pomeriggio e quella fatiscenza. E quindi avanti anche con l’ultimo film di Stephen Frears da me trovato a tratti quasi inguardabile. Il “Quasi” è proprio per mia grande magnanimità. Cosa è successo al regista de “Le relazioni pericolose”, “My beautiful laundrette” e “Rischiose abitudini”?

Fa davvero male perdere la testa per i Reali inglesi? A vedere i suoi film, a partire da “The queen” parrebbe di sì. Ma mai come con questo “Vittoria e Abdul” mi ero imbattuto in un cinema così vecchio e fasullo; nemmeno il “Lord Brummell” con Stewart Granger (uno dei primi film di cui ho ricordo e che mi ha insegnato almeno una cosa, che certe donne cercano un “porto sicuro” e non un Lord avventuriero) o i tanti film biografici passati, nello sfavillio più bello della verità del technicolor, erano come questo film di Frears. Il quale è un cinema di attori&costumi ma non nel senso migliore del termine: attori che fanno i caratteristi, che fanno le faccette al momento giusto e ci si mette la scuola britannica di recitazione che in casi come questi è un danno e basta.

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Ovviamente salvo Judi Dench perché la sua bravura è a prescindere e per quanto furbesca sia in questo film è a un livello così elevato di bravura che resta sempre una fuoriclasse. Ma a partire da Ali Fazal, interprete del messo indiano che insieme a uno sventurato compagno devono consegnare una moneta/onorificenza a madama Vittoria e che recita come neanche l’indimenticabile Hrundi Bakshi riuscì nel capolavoro di Sellers “Hollywood Party (ma quella era la parodia dell’indostano da manuale)ngli attori stanno lì a fare i musetti impettiti e a dividersi tra angeli di bontà e cattivi incarogniti da privilegi e lussi.

Un film così avrebbe fatto la gioia dei Monty Phyton del Fying Circus, pronto per essere parodizzato. E invece in sala ecco il pubblico delle persone-bene da domenica sera, a vedere il film in costume che sempre li stimola ad andare al cinema. Ogni ammiccamento trova la risata, ogni correttezza politica trova solidarietà (il film vorrebbe parlare dello ieri guardando all’oggi, burqua compresi), ogni massima del Depak Chopra ante litteram trova assenso.

Un malandrino senso di complicità tra anziana regnante (che non era così simpatica) e giovane fusto dell’India (che in realtà era decisamente più grasso e meno avvenente) si diffonde nella sala come un incenso; e tutti lo trovano gradevolissimo. Dimenticando che gli incensi sono discretamente tossici.

Edulcorare la verità, edulcorare in primis i corpi di questa verità. La realtà è più interessante del cinema, più sorprendente. Inutile dire il contrario. Chi ama il cinema sa che la bellezza sta nei suoi simulacri che sanno sintetizzarla e spremerne l’essenza. Come non è in “Vittoria e Abdul”.

VITTORIA E ABDUL
(titolo originale: Victoria and Abdul, Regno Unito 2017)
regia: Stephen Frears
con Judi Dench, Ali Fazal, Eddie Izzard, Tim Piggott-Smith

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