Dall’università al reparto in piena emergenza: l’avventura di Vanessa, giovane infermiera a Mestre

ultimo aggiornamento: 17/04/2020 ore 06:52

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Vanessa, una ragazza veneta dall’università al lavoro in piena emergenza COVID-19: “Essere infermiera è un dono”.

Nella gravissima situazione in cui stiamo vivendo a causa della pandemia di COVID-19, c’è chi tutti i giorni si espone a notevoli rischi dedicando il suo tempo alla lotta per mantenere in vita sempre più persone che in questo momento si trovano ricoverate.


Per fronteggiare questa emergenza c’è stata una ricerca di nuovo personale sanitario, come medici e infermieri, con impiego immediato per cercare di aiutare tempestivamente le aree più colpite dove vi era una crescita esponenziale del contagio.

Ci sono giovani ragazzi e ragazze che in meno di un anno, oppure in meno di qualche mese, e addirittura, in molti casi, da un momento all’altro sono passati dall’università al lavoro in piena emergenza sanitaria.

Ecco la testimonianza di una ragazza veneta: Vanessa Visentin, laureata in infermieristica che ci racconta la sua esperienza lavorativa in piena emergenza COVID-19.


Dove stai lavorando attualmente e precisamente in che reparto ti trovi?
“Mi sono laureata in Infermieristica il 20 Novembre 2019 e il 9 Gennaio 2020 sono stata assunta al Policlinico San Marco di Mestre in area riabilitativa. Attualmente lavoro in un reparto di riabilitazione creato ad hoc dalla struttura per gestire gli innumerevoli ricoveri di pazienti, prevalentemente ortopedici e neurologici, provenienti dalle altre strutture del territorio, essendo diventato il Policlinico il punto di riferimento per la riabilitazione durante questa pandemia. Tali pazienti richiedono l’attivazione dell’iter riabilitativo ma allo stesso tempo, essendo potenziali portatori del virus, poiché provenienti da strutture “infette”, vanno monitorati per i giorni necessari alla quarantena”

La tua famiglia come sta vivendo il rischio che comporta il tuo lavoro in questa situazione di emergenza?
“In famiglia sentiamo molto questa pandemia poiché non solo io mi trovo a lavorare in ospedale, ma anche mia mamma che è infermiera, dunque le preoccupazioni sono doppie, in particolare per mio papà che si trova ad avere sia moglie che figlia impegnate a fronteggiare il virus. Io e mia mamma cerchiamo di darci forza a vicenda speranzose che la situazione si risolva il più presto possibile, d’altro canto sono molto fieri di dove sono arrivata e di come sto affrontando la situazione”.

Quanto pesa secondo te la paura del contagio in questo momento per chi fa il tuo stesso lavoro?
“Credo che la paura del contagio in noi operatori pesi moltissimo per due motivi in particolare: il primo è che si lavora spesso nell’incertezza e credo che lavorare nell’incertezza sia la cosa più brutta, non sai se chi hai davanti sia positivo o meno, molti sono asintomatici eppure possono essere positivi, non sai se ti sei vestito correttamente, se hai disinfettato bene il telefono, le scarpe o quant’altro quando esci. La seconda è che siamo umani anche noi, abbiamo una famiglia, io ad esempio ho una nonna anziana che vive con noi e pensare di poter portare a casa il virus, che a me magari non causa nulla, ma per lei può essere pericoloso, questo si mi fa paura!”.

Se tu potessi tornare indietro rifaresti il percorso di studi che hai fatto?
“Come spesso dico, rifarei altre mille volte la stessa scelta che ho fatto ormai quasi 4 anni fa. Essere infermiera, è un dono, una passione, non è un lavoro, se lo si fa come lavoro a mio avviso non lo si fa bene ed è meglio cambiare strada. Io ho ancora tanto da imparare ma accanto a me ho colleghi speciali che mi stanno facendo sentire, nonostante sia fresca di laurea, di essere parte di una grande famiglia. Come dico sempre spero di poter essere brava tanto quanto lo è mia mamma che, credo, fin da piccola mi ha influenzata positivamente ad intraprendere questa difficile ma bellissima strada”.

Alessia Tosi

(foto da archivio)

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